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ECONOMIA

19/10/2008

SE ANCHE REPUBBLICA RIVALUTA IL FASCISMO

 
Pare incredibile, paradossale, ma è davvero interessante l'articolo pubblicato oggi (sabato 18 ottobre) su Repubblica in prima pagina, intitolato "Il ritorno del modello Iri" e ripreso all'interno a pg 12 che inizia così: < "What's Iri?", che così l' Iri si è sentito chiedere l'altro giorno Sergio Trauner, ex consigliere d'amministrazione e membro del Comitato di presidenza dell'originariamente mussoliniano Istituto per la Ricostruzione Industriale.>
Dall'articolo che interessa tutta pg 12, estrapoliamo brevemente "...Ecco le banche. Il salvataggio delle banche, da cui l' Iri nacque nel 1933, fu la tecnicizzazione del sistema produttivo colpito dalla crisi come strumento culturale del neocapitalismo degli anni Trenta, l'operazione del regime fascista per inserire lo l'intervento dello Stato in un disegno più generale con la creazione delle corporazioni , come sostiene lo storico Lucio Villari."
Ancora: ..."Per la verità, stando a Troilo, cui si perdona persino un'affezione un pò smodata alla sua ex "azienda" privatizzata negli anni Novanta "follemente" dalla "Scuola Goldman Sachs", ci fu già un'epoca in cui tutto il mondo, persino dalla Cina, cos'era questa meraviglia italica dell'impresa pubblica."
Continuiamo: "...Oggi tutti vorrebbero copiare quello schema.....".
Viene da chiedersi come mai (?) sino ad oggi invece tutto il sistema economico occidentale legato all'emisfero statunitense, quello per intenderci basato sulle speculazioni, fogli di carta e finanza creativa (come ho scritto nel comunicato di ieri), surrogato in una unica definizione, truffa, ha trovato vita facile tra i democratici governi occidentali o filo- U.S.A., supportato dall'informazione democraticamente a senso unico: possibile che tutti i ministri del Tesoro degli stati democratici non si siano mai accorti di nulla, o forse semplicemente, ciò si è potuto verificare poichè tutti i conti e controlli erano falsificati? 
Ci domandiamo, ma questi emeriti economisti con sfilze di lauree in economia e commercio, con innumerevoli master frequentati, che cosa hanno studiato ed imparato, forse a come fregare la gente?  
Voglio far notare ai comuni mortali come lo è chi scrive, il risultato di un interessante grafico riguardante l'economia statunitense degli ultimi 80 anni, l'evoluzione del Pil degli U.S.A. dal 1929 al 2008: ebbene, è davvero "singolare" registrare un'impennata del Prodotto interno lordo in coincidenza con una guerra: questo perchè la realizzazione di grandi opere pubbliche (ossia la ricostruzione dopo la distruzione) e la guerra, sono da registrare come interventi dello Stato.
In quest'ottica si inserisce molto bene un'intervista rilasciata da Mussolini nel 1932: <La Costituzione americana porta al potere, sotto il falso segno della democrazia, vere e proprie oligarchie capitaliste, che io chiamo plutocrazie. Sono oligarchie di grandi interessi, più che di idee e di principi. Esse hanno bisogno di espansione per aumentare i profitti. Non è difficile prevedere che la dottrina di Monroe, avendo già avuto un primo strappo nel 1917/18, possa venire sostituita da una teoria d'imperialismo. I prodotti americani in crescente misura avranno bisogno di saturare il mondo. Dietro gli affari e la difesa degli affari, non sarà più illogico trovare la torre di una corazzata o le ali di un aereoplano da bombardamento>.
 
Ahmadinejad e l'Iran sono avvisati...
Tornando all'originario discorso economico, è stato interessante riscontrare l'opinione dello scorso 17 settembre di un luminare economista che scrive sul "Corriere della Sera", che dispensava consigli su come salvaguardare i propri risparmi: <Quindi, per ora, con i soldi che abbiamo compriamoci della terra o dei quadri e non dei pezzi di carta. Oppure godiamoci la vita. O mettiamo i soldi sotto il materasso>.
Scusate, ma a queste conclusioni, ero ampiamente arrivato in anticipo io, che di mestiere faccio il vettore, con una "laurea" di Terza media....
 
Paolo Casadio,
FIAMMA TRICOLORE,
Federazione di Ravenna.

21/9/2008

AVIDITALIA

L'annunciato fallimento delle trattative per l'acquisto dell'Alitalia può avere esiti diversi. Il più probabile è che la nuova proprietà, la cordata della Cai, che ha poi deciso per il ritiro, si trovi ugualmente a comprare a prezzi ancor più stracciati la compagnia in liquidazione per poi rivenderla con ampio ricavo. La Cai, o qualunque altro soggetto nazionale o internazionale al suo posto, non avrà più obblighi giuridici e potrà assumere alle sue condizioni senza dover assorbire nessuno per motivi di anzianità o altro. I lavoratori andranno in cassa integrazione o per strada e i costi ricadranno sulla collettività, così come già è avvenuto per quelli delle passività pregresse. Lo scenario più probabile, economia occidentale permettendo, è che sorga una compagnia che operi seguendo il modello del fallimento della Swissair (2001) che, liquidati i problemi, è stata poi acquistata dalla Lufthansa e rappresenta ora un modello di efficienza e di attivo. Insomma un'operazione capitalistica e una prova di efficientismo in piena regola. Chiunque subentri alla proprietà farà un affare ancor più grosso di quello che avrebbe realizzato fino ad oggi.

Quando mancano le alternative

Ci troviamo, quindi, in uno scenario di capitalismo assoluto; ma questa non è una novità come non lo è che una compagnia allo sfascio, non solo ma anche per gli sprechi e per la cultura egoistica e menefreghista diffusa che ha fatto marcire e morire lo stato sociale italiano, si trovava comunque in un vicolo cieco e non aveva altre prospettive se non quelle capitalistiche. Tanto che le proposte di nazionalizzazione giunte da alcuni settori politici marginali sono demagogiche e grottesche; senza entrare nel merito delle imposizioni europee, l'eventuale nazionalizzazione di una compagnia allo sbando avrebbe avuto il solo esito di moltiplicare le perdite pubbliche, tra l'altro senza un tesoro cui attingere, per trascinare i resti dell'azienda nel gorgo di un'agonia senza fine; non esistono oggi le condizioni economiche, morali e politiche per poter prendere in considerazione una proposta che, purtroppo, non è che uno slogan appiccicato frettolosamente ai comunicati di politici che non hanno nulla da dire.

Nessuno ne esce bene

I dati salienti di questa tragicommedia dovrebbero balzare agli occhi di tutti, eppure non è così. Perché si assiste, non solo tra le parti in causa ma ovunque, allo scaricabarile. Un gioco dal quale nessuno esce bene - governo, proprietà, opposizioni, sindacati - ma da cui solo gli ultimi escono stritolati. E questo non solo per la straordinaria prova di ridicolo della Cgil che è passata oscillando dal sì al ni al no al ni al no al sì al no come una banderuola ubriaca ma perché è stato dato un segnale inequivocabile, per chi ne avesse avuto ancora bisogno, dell'assoluta impotenza, inconsistenza e mancanza di prospettiva dei sindacati che oggi non hanno alcun ruolo e senso se non quello di succhiare soldi come parassiti. Difatti, benché la questione fosse nota da un pezzo, non c'è stato uno straccio di proposta sindacale, né come alternativa, né come ammortizzamento, né come forma di lotta. Ed è sbalorditivo che la sola proposta sociale (la socializzazione del 7% degli utili per le maestranze) non sia venuta dai sindacati ma dal ministro del lavoro. Il quale ne esce ancora bene mentre lo stesso non può dirsi per quello delle infrastrutture, scuro in volto come i santoni della triplice; ma viene da dire che ben gli sta: proprio alla vigilia Matteoli aveva fatto appelli stonati all'antifascismo e speriamo che si sarà reso conto che porta sfiga.

Un modello allo sfascio

Il modello sindacale è allo sfascio. Non lo è soltanto perché ci troviamo in un periodo di capitalismo avanzato (eppur scricchiolante) ma in quanto è erede di una concezione opportunistica, consociativa, subalterna e di filtro che ha avuto un'enorme responsabilità nella distruzione delle concezioni e delle istituzioni sociali che provenivano dal Ventennio nonché una complicità imbarazzante con le multinazionali americane per il nostro disastro economico. Ma non è finita; non solo i sindacati sono una costosa appendice economica, sempre più sfiduciata dai lavoratori, uno strumento desueto, inefficace e senza idee, ma tutta la cultura sociale si va bavabeccarisizzando. Sicché se, secondo le leggi tipiche del capitalismo, sono i più deboli a cadere e sono i salariati, i produttori e i risparmiatori a pagare i conti, gli egoismi personali e di categoria imperano ed impazzano. Un'ulteriore prova la si è avuta nella vertenza perché i piloti, piuttosto che accettare condizioni non privilegiate, hanno optato egoisticamente per la cassa integrazione nella convinzione di avere comunque un mercato. Andate in ordine sparso le maestranze, i danni li subirà il personale meno qualificato, quello precario, quello che non ha sufficiente moneta di scambio.

Disgregati

Per dirla marxianamente è venuta a mancare coscienza di classe (anche se è difficile che piloti e precari si possano accomunare classisticamente al di là della contingenza). E insieme alla coscienza di classe mancano le organizzazioni di classe; ergo pagano i deboli. Per superare lo schema marxiano in un quadro più ambizioso e maestoso servirebbero coscienza di popolo e organizzazioni di popolo ma siamo ben lungi da ciò; l'individualismo atomizzato, l'egoismo becero dominano il quadro e non solo nel mondo del lavoro. Ed ecco che la questione dell'Alitalia diviene semplicemente paradigmatica. Va ben al di là dello specifico e rientra in un disagio generale, in una disarticolazione sociale, in una paralisi dei lavoratori e, soprattutto, in una cultura atomizzante e ricattatrice fatta di precariato e di “flessibilità”, di mobilità extracomunitaria, di concorrenza e guerra tra poveri. Che la finanziarizzazione ci avrebbe progressivamente proletarizzati lo sapevamo e lo abbiamo sempre sostenuto; che questa proletarizzazione atomizzata avrebbe prodotto frantumazione e disperazione lo abbiamo sempre affermato.

Adattarsi al nuovo scenario

A questo punto si può passare il tempo a lanciare anatemi, a lamentarci o a tranquillizzarci, restando sempre e comunque ostaggi della realtà e comparse di un reality show in cui tutti, chi prima chi poi, finiscono con l'essere nominati. Oppure si può iniziare a cambiar registro e a proporre modelli nuovi; modelli di organizzazione sociale snelli, autonomi ma coordinati che abbiano la capacità di non isolare ma di fornire sponde e strumenti ai precari, d'intervenire strategicamente sulle questioni centrali del lavoro. Che operino sia localmente (perché si va verso le contrattazioni aziendali) sia a vasto raggio. Per far ciò servono però una cultura sociale, che manca, uno spettro di proposte organiche e pragmatiche (che se ci sono sono frammentarie ed episodiche) e soprattutto un posizionamento chiaro. A mio parere in Italia come altrove (Francia, Spagna, Russia) la tendenza è quella del superamento della democrazia delegata. Ebbene è possibile volgere a vantaggio dei lavoratori l'impasse degli intermediari, la neutralizzazione delle burocrazie sindacali. La cultura si può dispiegare sulla prassi dell'azione diretta, della dismissione delle figure professionistiche dei sindacalisti (si possono estrarre a sorte di volta in volta i rappresentanti) e, soprattutto, sulle trattative improntate direttamente verso l'esecutivo forte. Avocando a sé tratti monarchici il neo-presidenzialismo, il neo-dirigismo, ha anche la funzione di ammortizzamento e di soluzione. Probabilmente è tempo di far tramontare i cadaveri elefantiaci del sindacalismo dell'ultima metà del secolo scorso e puntare all'affermazione di un'autonomia dinamica e cosciente che si articoli verso la politica nella logica del tribunato del popolo.

Disponibile

Di sicuro i tempi non sono ancora maturi, ma personalmente – e sono convinto di parlare anche a nome di quelli che condividono non a chiacchiere la medesima Idea e sensibilità – sono disponibile sin da ora per ogni riflessione e tentativo costruttivo, realmente trasversale, integralmente sociale (nella piena etimologia del termine) che punti a dare cittadinanza e peso a chi oggi brancola nel buio e paga i costi delle Lehamn brothers di turno. E' possibile farlo, seguendo uno schema peronista che renda gli aculei a chi è stato spillato giorno dopo giorno, dal capitale ma anche, se non soprattutto, dalla cosca sindacale. E' possibile farlo a patto di fornire, insieme, una convergenza a componenti assolutamente diverse ma animate da animus pugnandi e da intenzioni sane e comunitarie. Sono disponibile e fin da ora m'impegno a fare tutto il possibile per agire in quella direzione, sia sul piano dell'analisi, dell'approfondimento e delle proposte che in quello delle verifiche e dei confronti che sono indispensabili all'edificazione.

Gabriele Adinolfi

20/9/2008

DRAGHI VS TREMONTI

Vicenza, 19 settembre 2008

Dal 25 gennaio al 29 agosto di quest’anno dodici principali banche americane sono fallite. Poi il crack ha toccato i due istituti Fannie Mae e Freddie Mac, quindi ha stroncato la Lehman Brothers e ferito la Merryl Lynch.

Nelle ultime ore la crisi ha fatto tremare la più grande compagnia assicurativa Usa, la Aig, crollata del 63%, e le due banche speculative per antonomasia, la Morgan Stanley scivolata del 22% e la Goldman Sachs che ha perso in un trimestre l’11%.

Ben Bernanke, il timoniere della Federal Reserve (l’omologa statunitense della Banca d’Italia, anch’essa cioè una banca privata che lucra gli interessi di signoraggio sulla ricchezza di una nazione) a sua volta dice che non sa quali pesci pigliare.

L’ineffabile Mario Draghi, quello attualmente al timone della Banca d’Italia, quello che ha guidato - da buon alunno di Caffè e di Modigliani - la svendita del patrimonio pubblico nazionale, quale presidente del Comitato Privatizzazioni e consigliere-pilota di Eni, Iri, Bnl e Imi, l’ex vicepresidente per l’Europa della Goldman & Sachs dal 2002 al 2005, ebbene proprio lui ci ammanisce la sua ricetta tampone per la gravissima crisi in atto e le ricadute sull’economia europea ed italiana: maggiori controlli di vigilanza ed autorità! Attraverso il Financial Stability Forum, da lui presieduto…ovviamente!

Quante volte avete sentito straparlare in questi anni di autorità di vigilanza, trasparenza dei mercati e delle informazioni, qualità del credito?

Per inciso la Lehman Brothers è una società di rating con compiti anche di giudizio e valutazione…

Fin qui dunque la logica del Dio Mercato, della follia ultraliberista, delle Banche d’affari, dell’Usura e della Grande Finanza.

Se trionfa questa, com’è probabile, italiani preparatevi a tirare la cinghia: c’è da sostenere la crociata per salvare le povere banche internazionali e le povere compagnie di assicurazione che stanno tentando di far quadrato per salvare i propri privilegi!

Alle dichiarazioni del buon Draghi, fanno da contraltare quelle del Ministro Giulio Tremonti (di cui non condividiamo però appieno la visione eccessivamente ottimistica della situazione dell’indebitamento delle famiglie italiane) il quale così si è espresso in merito alla crisi americana (di fatto internazionale): "non è fallita una banca, è fallito un sistema. Non si tratta del principio della fine ma della fine di un principio: la scelta pazzesca di finanziare la globalizzazione con il debito... Le nuove regole devono farle i governi".

Due analisi, quindi, da due prospettive e dai contenuti sostanzialmente diversi.

Una parla agli speculatori, l’altra ai cittadini…e noi, non possiamo che sposare la seconda, nell’auspicio che la politica torni finalmente a governare l’economia. Per il bene di tutti.

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

 

28/7/2008

PRECARI

Bisogna dare un segnale forte contro la norma che penalizza i precari. Serve un intervento che sia non soltanto d'impatto ma che abbia una sua precisa direzione strategica;
non  l'istrionismo, né l'autocelebrazione: queste tentazioni tipiche delle comitive dei "duri e puri" di ghetto sono stucchevoli e inutili. E' necessario un gesto eclatante nell'immediato ma è d'obbligo, poi, una continuità politica intelligente che sia costruttiva e non si perda su terreni minati e avvelenati.

Vediamo cosa accade

Innanzitutto va capito bene quanto accade, che non è un fatto italiano ma interno alla ristrutturazione internazionale. E' plausibile (anche se da parte di Sacconi sa un po' di scusa) che le norme anti-precari siano passate per un blitz parlamentare contro il volere del ministro. I deputati, mediamente, non hanno però l'intelligenza, la cultura e l'autonomia per promuovere questo genere di azioni; ergo la disposizione è venuta dall'alto e non solo da Confindustria. La ristrutturazione italiana oggi in atto - con tutte le potenzialità nuove che offre sia in positivo che in negativo - obbedisce a delle direttrici precise; una di esse è la sottomissione totale del salariato. Altrove (Francia, Inghilterra) il processo è già in fase avviatissima e sappiamo quali ne sono le immancabili conseguenze: frattura generazionale, precariato continuo, obiettivi di pensionamento futuro oramai chimerici per gli odierni under 30, svuotamento dei risparmi familiari per il mantenimento dei giovani lavoratori a tempo. C'è poi da prevedere lo scontro tra generazioni (che stavolta si annuncia reale e cruento) e la proletarizzazione massiccia.
A tali minacce si risponde con la concertazione aziendale e con l'ipotetico interventismo statale che deve, però, fare a sua volta i conti con il monetarismo che detta le condizioni e contro il quale, giustamente, Tremonti suona il campanello d'allarme proprio per fornire alla politica gli strumenti d'intervento.

Il serrate dei parassiti

Cogliendo l'occasione i sindacati chiameranno a raccolta, e con essi lo faranno il Pd, Idv e l'Ucd. Il loro serrate avrà due soli obiettivi: dare un segno alle basi da essi abbandonate e, soprattutto, cercare d'impedire al Berlusconi quater di smantellare le loro nomenklature; cosa che accadrà puntualmente se le pseudo opposizioni dovessero subire senza segnare punti i due prossimi autunni sindacali.
I sindacati chiameranno a raccolta ma per prendere in giro. Altrove si è già visto qual è stata la posta per cui si sono battuti e che si sono aggiudicati: la garanzia di pensione per i prepensionandi e alcuni riconoscimenti ad personam e a categorie privilegiate: il resto, tutto il resto, a cominciare dai giovani precari lo hanno sacrificato senza batter ciglio. Inoltre i sindacati si stanno attrezzando per diventare una specie di associazione consumatori global; è la strada intrapresa nel mondo Wasp ed è quanto faranno anche qui da noi.

Soli o con alleati scelti

Attenzione quindi a non sbagliare alleato e slogan. Difendere lo stato sociale, ad esempio, è una parola d'ordine errata. Lo è perché non si tratta di difenderlo ma di costruirlo; lo è perché lo stato sociale è morto nell'assistenzialismo clientelare, nelle lottizzazioni, nelle sperequazioni di categorie e di partito che sono il prodotto della gestione sindacale del dopoguerra. Lo è perché lo stato sociale è morto per i serrate salariali dei sindacati che contribuirono a far crescere il costo della vita, facilitando il consumismo da oltreoceano, e ad
incoraggiare la delocalizzazione; perché i sindacati dal dopoguerra ad oggi  sono stati l'arma più efficace delle Multinazionali e il peggior nemico dei lavoratori.
Attenzione quindi, nel prendere posizione (se qualcuno lo farà in modo diverso dalle chiacchiere): non si sostenga mai la nomenklatura sindacale e non ci si lasci ingannare pensando che essa difende quanto resta dello stato sociale.
Non è vero e crederlo significherebbe lasciarsi strumentalizzare una volta di più dalla parte sbagliata. Viceversa le azioni, sul breve, vanno prese o in solitudine o, meglio ancora, in concerto con piccole strutture sindacali non totalmente omologate; questo non tanto per il risultato in sé quanto per le prospettive.

Reagire non serve, agire sì

Il risultato in sé non ci sarà, a meno che non sia precisa volontà di parte dell'establishment italiano portarlo a casa. Altrimenti, ed è quanto è più verosimile, assisteremo alla solita commedia: un serrate indurrà quasi certamente il governo a cambiare la norma, dopodiché la norma sarà nuovamente applicata in sordina e quelli che avevano alzato la voce, già comprati nel frattempo, staranno zitti. E se qualcuno non si fosse lasciato comprare (o più verosimilmente non avesse ricevuto l'offerta) una seconda mobilitazione non potrebbe che essere più debole della prima e una terza, eventualmente, si dimostrerebbe impossibile. Oramai lo abbiamo imparato tutti (lo abbiamo imparato?): la reazione funziona così: quand'anche vincesse una prima volta, perde successivamente, perché la storia la fanno le minoranze agenti e mai i reagenti. Ergo: la difesa dei diritti dei precari sarà del tutto inutile se non sarà inserita in una concezione strategica che vada ben al di là dello specifico e che punti, non già alla "difesa dello stato sociale" (lo abbiamo spiegato sopra) bensì all'affermazione di un soggetto sociale volto al futuro.

Corporazioni, cooperative, autonomie, partecipazione ed Europa

Orbene è proprio questo futuro che c'interessa. Tale futuro passa, obbligatoriamente, per un periodo drammatico e sconvolgente, e non solo dal punto di vista sociale. A meno di ipotetiche implosioni (rispetto alle quali c'è poco da organizzarsi) gli spazi della politica e dell'economia andranno al tempo stesso continentalizzandosi e internazionalizzandosi. I sindacati hanno scelto l'internazionalizzazione (leggi l'incetta per la spartizione delle quote d'iscrizione dal Terzo Mondo:  sono queste la loro tangente endemica) ma nessuno sta attrezzandosi per il momento in cui il riallineamento della politica all'economia detterà nuove norme a livello continentale. Prima che la nuova realtà si sedimenti e si sclerotizzi con l'avvento di nuove nomenklature alla Cgil, la concertazione passerà per un certo periodo per il diretto interventismo statalista. Dunque sarà possibile, per chiunque si organizzi in tal senso, far saltare il tappo delle deleghe e imporre direttamente (quindi con ritorno concreto) la voce delle autonomie. Le autonomie, liberatesi dal fardello elefantiaco del sindacalismo clientelare, potranno non soltanto proporre e magari imporre - ad un potere politico reale e non fittizio come l'attuale microstatale  - leggi e norme ma potranno articolare le corporazioni a dimensione europea e, al tempo stesso, proporre e realizzare forme di cooperativismo o di aziendalismo autonome e partecipate. Questo non è uno slogan né un sistema immaginario: è un progetto di massima che si può - meglio sarebbe dire si deve - realizzare da ora. Così e solo così l'impegno - effimero - in difesa dei diritti dei precari ha senso politico e non soltanto estetico. Così si spiegano le scelte di campo nella battaglia tattica per il precariato.

Non contro ma per

Mai con i sindacati ufficiali, anzi possibilmente contro di essi. Non "in difesa dello stato sociale" che non c'è da tempo, ma per la creazione di un nuovo ed organico sistema sociale. In alleanza tattica, eventualmente, con qualsiasi sindacato autonomo o eterodosso. Per la costituzione di realtà in divenire, in uno spirito di sintesi neoperonista, nella visuale di una concertazione europea che conceda, a chi se li saprà conquistare, spazio e peso, garantendo autonomie, partecipazione e corporazioni in una formula aggiornata del sindacalismo rivoluzionario.
In avanti e non indietro; all'attacco e non in difesa.

Gabriele Adinolfi

6/4/2008

L’AGRICOLTURA NON È GIARDINAGGIO

 

Vicenza, 6 aprile 2008

 

Rispondendo all’invito dell’assemblea dei COSPA a Vicenza che mi ha anche permesso di intervenire, ho riscontrato una situazione del settore alquanto disastrosa.

Ho potuto annotare la mancanza di sostegno da parte della politica “dei grandi” (a parte la comparsa di Pezzotta) e ancor peggio dei sindacati che ormai hanno lapidato enormi somme di capitali in quote latte agli allevatori. Quote di nessun valore perché il nostro paese non ha mai superato il quantitativo necessario e a chi le aveva rateizzate sosteniamo che vengano immediatamente restituite, come dimostrato dalla commissione Lecca nel 1997 che segnalò la mancanza nel nostro paese circa 20.000 quintali di latte.

Se andiamo ad analizzare la situazione attuale europea vediamo che paesi come l’Iralanda si producono circa 54 milioni di quintali di latte su una popolazione di circa 4 milioni di abitanti, esattamente il 350% in più, per la Danimarca 45 milioni su 5 milioni di abitanti, 250% in più, mentre per l’Italia 105 milioni su una popolazione di 58 milioni di abitanti. Non si spiega però come la Francia possa produrre circa 245 milioni di quintali di latte su una popolazione simile alla nostra.

Nel 2007 la produzione del latte in Francia è diminuita del 4%. Un grave segnale tanto che il Governo francese ha permesso l’aumento della produzione di un 15% senza bisogno di sottostare al regime delle quote.

Con precisa giustificazione il Governo francese ha condizionato L’Unione Europea a non interferire con le proprie quote attraverso multe, superprelievi e ipoteche delle aziende come avviene in Italia.

Sicuramente un’azione da prendere in forte considerazione.

La Fiamma Tricolore si fa portatrice di una campagna per l’abolizione della legge 119/93 unitamente al regime delle quote latte, che colpisce duramente il patrimonio zootecnico nazionale impedendone il suo importantissimo sviluppo ed inserisce ufficialmente nel proprio programma politico le maggiori esigenze espresse nel documento ufficiale diffuso durante l’assemblea dei COSPA del latte, a Vicenza, come:

riprendere con serietà la discussione su quanto era emerso dalla “famosa” relazione del Gen. Lecca del 1997 che dimostrò la mancanza di circa 20 milioni di quintali di latte;

scorporare dalla quota nazionale il latte destinato alla trasformazione in formaggi tipici di qualità;

verificare la reale produzione di latte;

sospendere immediatamente tutte le forme di rateizzazione sottoscritte dai produttori attuando un rimborso, o una compensazione, a coloro che nel corso degli anni ne avevano acquistato quota.

 

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

 

Candidato alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Veneto 1

e Candiato Consigliere al Comune di Vicenza

per La Destra – Fiamma Tricolore

 

4/4/2008

UNA POLITCA ENERGETICA ALTERNATIVA MA SOVRANA

 

Vicenza, 4 aprile 2008

 

La dipendenza energetica dell’Italia è una realtà che ostacola la piena sovranità economica e politica della nostra nazione, pregiudicando il nostro futuro di nazione avanzata e quello delle nuove generazioni, nella prospettiva verosimile di una riduzione generalizzata delle disponibilità di combustibili fossili e dell’aumento dei loro costi.

Il mio programma si fa portatore di un piano di conversione energetica progressiva e a lungo termine che punta a controvertire  i criteri di produzione e distribuzione della produzione energetica. In sostanza, se finora l’utilizzo di combustibili fossili  e dei materiali fissili per produrre energia elettrica si è basato su una tecnologia pesante e centralizzata ad alto apporto di capitale  ed a forte impatto ambientale, le tecnologie alternative e rinnovabili (solare, eolico,  biogas, idroelettrico, ecc.) consentono un decentramento e una autonomia  produttiva affidati alle singole unità familiari, alle unità produttive e alle comunità locali, basandosi di fatto sulle “vocazioni” energetiche di ogni territorio.

Naturalmente il decentramento energetico sarà necessariamente integrato e complementare ai modi di produzione energetica convenzionale basato sui sistemi turbina-alternatore, per un sano principio di diversificazione e per avere disponibile comunque gli alti potenziali elettrici necessari per la tecnologia pesante.

In tale contesto è accettabile anche qualche centrale nucleare che sia gestita con criteri di sicurezza e fuori da ogni logica di profitto, finalizzata alla ricerca avanzata e alla produzione di materiali fissili a scopi militari.

In sostanza, la tecnologia che auspichiamo e la riduzione progressiva della dipendenza energetica da paesi terzi, con approvvigionamenti gestiti dalle multinazionali e dai conglomerati politici e affaristici sovranazionali che condizionano la nostra sovranità (per esempio coinvolgendoci nelle avventure imperialiste mediorientali) e ci vincolano ad un dollaro sempre più deprezzato che sta portando  costi energetici a livelli insostenibili..

Nell’immediato, oltre a stringere solidi accordi con la nuova Russia di Putin nella logica di una forte integrazione euroasiatica, occorre un deciso intervento statale per quella decisa riconversione energetica che abbiamo delineato e che i liberal-capitalisti del settore energetico non faranno mai finché non sarà un affare per loro stessi e gli enti economici (leggi Enel) che gestiscono.

Quindi propongo stanziamenti a fondo perduto, detassazioni e prestiti agevolati mediante fondi di rotazione per l’installazione di pannelli solari, sistemi fotovoltaici, aerogeneratori di piccola taglia, per le centraline idroelettriche ricavabili da piccoli salti d’acqua, per impianti di biogasificazione, per colture destinate a biocarburanti in terreni marginali, per l’installazione di pompe di calore dal sottosuolo, per tutte le tecnologie finalizzate al risparmio energetico; partendo proprio da edifici e strutture pubbliche al fine di creare il volano produttivo e le economie di scala che abbattano i costi di installazione e manutenzione e si avvii lo sviluppo di un nuovo settore tecnologico nel segno di un modello di sviluppo e di una economia autocentrata e nazional-popolare.

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

 

Candidato alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Veneto 1

e Candiato Consigliere al Comune di Vicenza

per La Destra – Fiamma Tricolore

 

2/4/2008

UNA SOLUZIONE ALL’ATTUALE SISTEMA NEFASTO DELL’AGRICOLTURA

 

Vicenza, 2 aprile 2008

 

L’agricoltura rappresenta per l’Italia una delle maggiori risorse, principalmente dal punto di vista della qualità che unitamente al clima mediterraneo trova un favorevole ambiente… ma la situazione e disastrosa.

Ad esempio il mercato dei cereali è monopolizzato e ovviamente i suoi prezzi sono incredibilmente bassi. Altri invece come il grano, oggi costa circa dai 0,20 €/kg ai 0,30 €/Kg (nel dopo guerra era da 70 a 300£/kg). Questo favorisce i grandi produttori di pasta (aziende multinazionali) che, come nel petrolio, ne determinano i prezzi.

Anche la produzione cosiddetta Biologica non ha nessun vantaggio economico in quanto nonostante si possa applicare un 15% in più, il prezzo sgrava sui costi di coltivazione biologica nonché sul peso, più asciutto rispetto al “gonfiato”, pertanto il prezzo diminuisce nonostante esista la qualità con assenza di pesticidi e OGM.

Per le sementi invece mi chiedo come non ci possa essere diritto di scambio di semi e piante fra agricoltori?

Perché gli agricoltori a causa della legislazione che lo proibisce devono scambiarsi tra di loro illegalmente le varietà del loro territorio (ecotipo) o della loro tradizione, es. varietà di piselli, fagioli, grano, mais (“Maranello”, “Biancoperla” ecc..), erba medica riconosciuta in tutta Europa e non solo, come la migliore (ad esempio la varieta migliore o “ecotipo autoctono”, è la “nostra” erba medica denominata “Leonicena” dalla quale deriva la varietà “La Rocca” riconosciuta, anche dalle multinazionali, come la progenitrice di tutte le varietà sintetiche di erbe mediche esistenti), le piante da frutto classiche e le viti, quelle che loro stessi si tramandano e sanno autoriprodursi, quelle che a volte fanno a meno dei pesticidi e resistono meglio alle avverse condizioni ambientali?

La regolamentazione del movimento dei semi che si applica in Italia, la stessa per tutte le nazioni europee, mette praticamente fuorilegge ogni seme non iscritto ai registri delle varietà ammesse alla vendita istituiti fin dal 1970. Ma con il passare degli anni dalla istituzione di questi registri, le leggi sono gradualmente diventate più restrittive al punto da non permettere nemmeno lo scambio gratuito di semi fra produttori.
Il Decreto del Presidente della Repubblica n. 322 del 9 maggio 2001 rende in effetti impossibile ogni cessione o movimento di semi non registrati; mentre il trattato UPOV91 intacca il diritto di risemina dell'agricoltore, ovvero il privilegio che l'azienda agricola ha di riseminare traendo seme da una parte dei propri raccolti. D'altra parte, con l'introduzione in coltivazione delle varietà OGM si apre il rischio della impollinazione spontanea da parte di queste sulle varietà contadine che a quel punto, ibridandosi con le varietà ogm che sono brevettate, diventerebbero automaticamente di proprietà della ditta sementiera che detiene il brevetto e quindi i loro semi non potrebbero essere più riseminati.

Intanto, le varietà di pubblico dominio, ovvero quelle che sono frutto di selezioni fatte più di trentacinque anni fa e che non pagano royalties a nessuno perché sono patrimonio collettivo in quanto antiche varietà, ecotipi o popolazioni, vanno gradualmente a perdersi, cancellate dai registri italiani ed europei e sono destinate alla probabile estinzione e a essere completamente sostituite da ibridi F1, i cui semi non si possono riseminare se non penalizzando fortemente la possibilità di raccolto. Oggi, oltre il 90% delle sementi delle varietà commerciali di cetrioli, cocomeri, pomodori, melanzane, zucchine, meloni, peperoni, mais ecc.. sono ibridi e meno del 3% sono le varietà più vecchie di trentacinque anni, eliminando così il “ciclo corto”: qua produco e qua consumo.

In alcune nazioni europee si è riconosciuta l'esistenza e la possibilità di vendita di alcune varietà storiche, recependo una parte della direttiva CEE su cui si fonda il già citato DPR 322/2001, tuttavia è stata proibita la vendita dei prodotti di quelle varietà e sono state destinate al solo uso personale. Inoltre si è chiesto una tassa annuale di registrazione che penalizza i piccoli produttori e distributori di sementi. In Italia non è stata fatta neppure questa applicazione, esponendo il nostro ricco patrimonio storico varietale di semi alla biopirateria e alla copiatura.

Inoltre le varietà moderne, sia ortive sia agrarie, sono commercializzate con l'unico scopo di favorire una agricoltura industriale e la grande distribuzione organizzata. Gli ortaggi devono essere capaci di superare raccolte meccaniche, imballaggi meccanizzati, lunghi viaggi refrigerati.

Devono avere una maturazione uniforme per favorire la raccolta simultanea, dipendono dalla chimica sia per le concimazioni sia per i trattamenti fitosanitari. Devono avere un bell'aspetto ma spesso mancano di un buon sapore. Non sono certo adatti per gli orti familiari e per la vendita diretta di prodotti in fattoria.

Purtroppo questo avanzare di varietà sempre più tecnologiche sembra inarrestabile, ma ciò non ha nulla a che vedere con la possibilità di far circolare ancora, e con una certa libertà, le varietà locali e tradizionali. Perchè autorizzare OGM e ibridi e allo stesso tempo ostacolare in tutti i modi la libera circolazione di semi non registrati?

Dobbiamo intuire che la volontà del legislatore sia quella di eliminare ogni possibile alternativa all'industria della genetica alimentare e alle sue sementi?

Un ritorno alla biodiversità rurale nei campi invece è auspicabile, non solo per un recupero di sapori e aromi di cui le modernità sono povere, ma anche di colori e forme che rendono piacevole mangiare e per favorire il movimento del cibo locale, ovvero della vendita diretta di prodotti di fattoria.

L'assurdo è invece che anche un semplice seme di pomodoro tradizionale e contadino, solo perché non registrato, diventa un seme proibito. La iscrizione nei registri di una varietà è una pratica amministrativa lunga e costosa, inaccessibile agli agricoltori, una via impraticabile per le varietà contadine (Banca dei Geni).

Il “nostro” Istituto di Genetica di Lonigo “Nazzareno Strampelli” deve mantenere in purezza le sopraccitate varietà, promuovendone la riproduzione e l’uso nel nostro territorio e ambiente.

Va sicuramente riconosciuto in questo settore l’azione di Vandana Shiva, attualmente considerata la teorica più significativa dell'ecologia sociale ed è una dei leader dell'International Forum on Globalization, un movimento per proteggere la diversità e l'integrità delle risorse viventi, specialmente dei semi autoctoni (native seeds) in via di estinzione a causa della diffusione delle coltivazioni industriali.

È quindi urgente togliere queste regolamentazioni e lasciare piena libertà di scambio e diffusione gratuita delle varietà storiche italiane:

per preservare la biodiversità rurale

per una agricoltura ricca e variegata

per il diritto alla alimentazione libera e sana

per riconoscere il valore della nostra civiltà contadina

per un guadagno equo

per favorire il “ciclo corto” anche per la produzione dei sementi.

Propongo l'applicazione della direttiva CEE (98/95) finora disattesa dai governi e la creazione di una lista nazionale che raccolga le varietà locali, ecotipi o popolazioni, dei territori;

l'iscrizione libera e gratuita su questa lista per le varietà di coloro che conservano, selezionano e diffondono questa biodiversità facendo operare molto di più Istituti come il “Strampelli” di Lonigo.

che i criteri di iscrizione siano adattati alle particolarità di queste varietà locali, spesso non uniformi o stabili come quelle selezionate;

uno spazio di libertà totale per scambi liberi di piante e sementi contadine (in quantità corrispondenti ai bisogni di una piccola fattoria), nel rispetto delle precauzioni fitosanitarie essenziali.

Propongo altresì l’obbligo di acquisto dei prodotti agricoli locali in misura del 40% per tutti i commercianti e venditori, con la possibilità di scambio diretto purché sottoposto a regolare controllo.

Regolamentazione nell’utilizzo di pesticidi per tutte le colture.

Promuovere feste locali per la vendita diretta dei prodotti locali con l’aumento non superiore al rapporto di 1 a 2 con il prezzo di produzione. Si pensi che oggi il rapporto adottato dalle grosse aziende commerciali può superare anche l’1 a 5.

 

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

Candidato alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Veneto 1

e Candiato Consigliere al Comune di Vicenza

per La Destra – Fiamma Tricolore

30/3/2008

CARA BENZINA, COME SEI CRESCIUTA

Vicenza, 30 marzo 2008

Dai dati snocciolati dalle varie testate nazionali sul caro petrolio, presentato quale reale conseguenza dei continui e sempre più diffusi aumenti, emerge un dato tanto significativo quanto elementare, che ci consente di non dover disturbare insigni economisti.

Nel 1999 l’euro veniva quotato ad un cambio virtuale in parità col dollaro: 1 Euro equivaleva a 1 Dollaro.

Successivamente l’euro si indebolì portando il cambio a 1 dollaro = 0,86 centesimi di Euro; viceversa 1 euro =  1,16 dollari.

In quel momento il barile di petrolio valeva 60 dollari, vale a dire 70 euro e, tutti sappiamo che il petrolio sui mercati internazionali si compra in dollari, essendo l’unità di misura di volume del famoso barile, 42 galloni americani, circa 159 litri; tanto che Saddam Hussein si spinse a proporre anche la vendita in Euro con le conseguenze che tutti oggi conosciamo.

Oggi 1 euro vale 1,5 dollari; viceversa 1 dollaro vale 0.66 centesimi di euro.

Pertanto, giunto il prezzo del petrolio al barile a 110 dollari, il valore di un barile di petrolio è di 72 euro.

Il petrolio è esattamente aumentato di circa 2 euro al litro in otto anni.

Più precisamente un 2,8% in otto anni, ovvero lo 0.35% annuo.

Qualcuno ci può spiegare come mai nello stesso tempo (8 anni) i carburanti alla pompa hanno visto rincari del 35-40%?

Chiedo venia….

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

Candidato alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Veneto 1

e Candiato Consigliere al Comune di Vicenza

per La Destra – Fiamma Tricolore

 

26/2/2008

SULLE AFFERMAZIONI DI BERSANI

Replica all’articolo del 26.02.08 di “La Repubblica”- Economia a pagina 25

L’articolo parte con i problemi sui continui rincari di benzina e beni di prima necessità che hanno già messo in “croce” molte più famiglie di quelle che si vuol far credere. Si parte con il caro benzina e ad un certo punto si legge “ ….. Bersani ha confermato che il Tesoro sta facendo i conti per evitare che lo stato guadagni dall’aumento del petrolio e a fine mese ci sarà l’annunciato intervento fiscale sui carburanti…..  non più di 2 CENTESIMI AL LITRO..” (!!!). Nel secondo articolo, ad un certo punto si parla dell’opinione del “board” (membro della BCE) Juergen Stark “……La BCE rimane cauta. Nell’analisi del membro del board, Juergen Stark ………. Non ci sono pericoli di stagflazione(1). Ma bisogna stare attenti ai salari: è <<essenziale>> che l’incremento delle buste - paga rimanga moderato pe tenere a bada l’inflazione. Specie adesso che i prezzi stanno salendo ovunque. …….l’inflazione in ripresa è << un fenomeno temporaneo >>, legato al caro petrolio e più complessivamente al boom dei prezzi di energia e generi alimentari….”  

“se avremo in Germania aumenti salariali, questi dovranno essere compensati da richieste più moderate in altri paesi di eurolandia.”

Morale di quest’ultimo periodo: se l’operaio tedesco (che ha gia più soldi in busta paga e vive in una “super potenza”) si vede aumentare lo stipendio, quello italiano può anche morire di fame!

Cittadini  Bersani, Stark e compagni, ma vi rendete conto di quello che dite, proponete? Ma dove vivete? Al di fuori della galassia? Non posso nenche chiederVi di vergognarVi e di pensare all’appellativo più moderato che la gente comune, quella che costituisce uno stato, quella che è sull’orlo del fallimento, possa appiopparVi! Prima di arrivare a tanto, quelli come Voi, dovrebbero provare a vivere per un anno con 800 euro al mese, moglie e un figlio a carico, e con il “bonus” di non dover pagare nemmeno l’affitto. Probabilmente dopo tale esperienza, avreste una visione diversa della vita reale e se foste veramente in gamba, sapreste come fare per porre rimedio a tanta crudeltà, cattiveria ed egoismo! Se la politica attuale non saprà invertire bruscamente questa deriva morale ed economica che sta portando specie l’Italia e la nave Europa al declino, consiglio a tutti questi personaggi di vivere ogni giorno con la speranza che le famiglie del continente non si arrabbino all’improvviso, perché la storia insegna che quando le cose degenerano, non è escluso che gli appartenenti a queste caste possano essere mandati al confino a pane ed acqua e lavori forzati,  che sarà sempre meglio che altri più crudeli destini, che molti altri hanno dovuto subire in  tempi più o meno recenti!

Concludo sperando di non essere l’unico ad aver replicato a questi articoli.

 Cordiali saluti

Luca Rosetti –  MS FIAMMA TRICOLORE RAVENNA

 

(1) STAGFLAZIONE (ovvero aumento dei prezzi accompagnata da una crescita della disoccupazione e da un ristagno della produzione)

Fenomeno economico mondiale della fine degli anni sessanta del Novecento consistente nella compresenza di due fenomeni diversi: l'inflazione e la stagnazione. Nell'esperienza storica precedente i due fenomeni erano sempre stati alternativi: alla contrazione della domanda corrispondeva una deflazione dei prezzi. Il fenomeno fu principalmente spiegato col prevalere di comportamenti monopolistici sia nel mercato del lavoro (per la rigidità dei salari) che in quello dei prodotti (per la presenza di cartelli, soprattutto nei mercati delle materie prime).

 

27/1/2008

IL DECLINO DEL POPOLO ITALIANO

Il lancio dell’agenzia Reuters di questo pomeriggio (25/01) è davvero impietoso e preoccupante per la nazione tutta, ove si riporta l’ultimo,interessante ed al tempo stesso triste, Rapporto Italia 2008 di Eurispes.
Tra le tante situazioni negative, sottolineamo la drammatica cifra di ben 20 milioni di lavoratori sottopagati rispetto alla grande maggioranza degli operai dell’Europa occidentale, nonostante aggiungiamo noi, la qualità e la laboriosità del lavoratore italiano sia ben superiore alla media dei colleghi di tutta Europa: un numero, quello dei sottopagati, destinato tragicamente ad aumentare se consideriamo l’incessante arrivo di lavoratori extracomunitari tramite le nefaste “quote stagionali”e lavoratori stranieri dell’est europeo che giungono tranquillamente da noi, grazie allo status di comunitari.
Pare evidente l’immobilismo e l’opposizione nulla dei sindacati, la cui tutela dei diritti dei lavoratori e dei salari è ovviamente solo di facciata.
Questo è il risultato solo temporaneo e destinato a peggiorare, di un’immigrazione che torna utile solamente ai  potentati economici e Confindustria, perché serve ad abbassare il costo della manodopera: è così spiegato in modo inequivocabile dal rapporto Eurispes, il motivo per cui “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”, ed è ciò che da anni la Fiamma Tricolore sostiene, ossia che “ci sono salari che gli italiani non possono più accettare!”
E’ la tragica conseguenza della “concorrenza” e “competitività” imposta ai POLITICI di grido da imprenditori e capitalisti, una sfida impossibile per l’operaio italiano ed in generale dell’Europa occidentale, considerato che dovrebbero competere sul mercato con merci prodotte da paesi ove non esistono tutele per i lavoratori, ove questi spesso sono ridotti a veri e propri schiavi: è il prezzo da pagare al W.T.O. che ha volutamente permesso l’ingresso nel commercio mondiale di paesi come Cina, India e buona parte del sud-est asiatico, ove ora i nostri industriali se vogliono, possono chiudere fabbriche in Italia e lasciare disoccupati (e disperati) migliaia di lavoratori e famiglie italiane, per aprire stabilimenti in quei paesi, compresi alcuni dell’Europa orientale, ove gli stipendi sono di molto inferiori ai già sottopagati operai italiani.
Il problema ancor più tragico è che non è possibile da parte dell’Italia poter attuare il protezionismo alle proprie merci, imporre dazi doganali, poiché si incapperebbe in multe salatissime, milioni e miliardi di euro imposte dal W.T.O., perché si violerebbero le regole del “Liberismo” obbligatorio, che impone ai mercati nazionali di rimanere aperti all’invasione di merci straniere.
Altra nota tragica del Rapporto Italia 2008 dell’Eurispes che intendiamo rimarcare, è l’impoverimento e l’usura a cui è sottoposto quotidianamente il cittadino, in cui colpevolmente lo Stato continua a non intervenire permettendo agli Istituti di credito di fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle degli italiani: è giunto il momento, come dice Fiamma Tricolore, che “lo Stato governi le banche!”
Da qui si evince la motivazione che spinge sempre più famiglie italiane a richiedere mutui, anche solo per spese primarie, dalle visite mediche ai libri scolastici, da qui si spiega il perché del proliferare di Società  finanziarie private, testimoniato da incessanti spot televisivi.
Ed allora perché meravigliarsi se i cittadini non hanno fiducia nei politici (quelli che vanno per la maggiore), nelle istituzioni, nella società.
Il cosiddetto progresso degli ultimi 25 anni, complici l’abbattimento delle frontiere nazionali (leggi Unione Europea) e dei mercati, ha portato il nostro paese ad un declino difficilmente rimediabile: ci fanno la retorica su democrazia e libertà, ma l’Italia attuale è davvero un paese civile e democratico?

Paolo Casadio, Commissario della Federazione ravennate di FIAMMA TRICOLORE.

  

22/1/2008

SE VA MALE NOI STIAMO MEGLIO E I BANCHIERI GUADAGNANO DI MENO

Leggo sull’agenzia "ANSA" che la Federal Reserve ha tagliato i tassi sugli US$ di 75 punti. Pertanto il costo del denaro negli Usa è sceso al 3,5%, mezzo punto percentuale sotto quello europeo. A dire degli "economisti" il costo del denaro esprime "bla, bla, bla". A mio sommesso parere il tutto si chiama "SIGNORAGGIO" ed è la differenza tra il costo tipografico della carta/moneta e il valore espresso sulla carta/moneta. Se la Banca che stampa la moneta è proprietà dello Stato, siamo in presenza di un circolo virtuoso: lo stato presta soldi a se stesso. Se, invece la Banca è proprietà di privati, i privati lucrano sul signoraggio.

Il mai sufficientemente deprecato Fascismo aveva creato un sistema secondo il quale alcune banche pubbliche partecipavano alla gestione della Banca d’Italia. In tempi recenti dette banche sono state privatizzate. Succede, dunque, che la quota che la Banca Centrale Europea storna alla Banca d’Italia a titolo di signoraggio venga diviso tra privati. E’ una autentica truffa. E, difatti, la circolazione della moneta viene imposta dalla autorità dello Stato che punisce chiunque osasse "battere una sua moneta". Eppure i nostri democratici rappresentanti sono contenti di pagare una montagna di interessi per dei pezzi di carta che circolano grazie alla autorità dello Stato.

E il "popolo sovrano", immemore di "identità" e di "sovranità" nazionali, si lascia derubare come una pecora in mano ai tosatori.

Antonino Amato

5/12/2007

DIETRO AD INFLAZIONE E CARO ALIMENTI? IL PETROLIO

E’ ormai da qualche mese che si parla di inflazione e di uno dei suoi peggiori risvolti, il caro-alimenti. Sono molteplici le cause di quest’ultimo tra le quali i maceri e le quote di produzione decisi dalla PAC(cioè la “politica agraria comune” europea) la stagione sfavorevole e l’impiego di terreni per colture volte alla produzione di etanolo e biodiesel. Ma le principali sono legate sempre all’aumento progressivo del prezzo del petrolio, che, lo scorso 21 novembre a New York ha toccato i 99,29 dollari al “brent”(barile da 159 litri): quando sentiamo parlare di questo aumento si pensa alle ripercussioni che ha sul nostro portafoglio quando si fa il pieno per la macchina. Questa pur essendo la conseguenza più diretta in ogni caso non è l’unica. Se si pensa alla nostra economia, ci accorgiamo che essa si basa sull’utilizzo del petrolio per molti aspetti(trasporti, lavorazione merci ecc.): da quando il benessere è aumentato, è cresciuta in maniera esponenziale la domanda di beni di consumo e quindi si è arrivati ad un aumento della produzione e soprattutto al potenziamento dei trasporti che devono portare una quantità sempre più alta di merci in luoghi sempre più lontani. E’ dunque palese che l’oscillazione del prezzo del petrolio, dal momento che assieme ai suoi derivati è la risorsa energetica più utilizzata, può avere ripercussioni sulla situazione economica italiana. Questo è il principale motivo per cui al giorno d’oggi si può parlare di caro-alimenti. Come il petrolio, anche gli alimenti sono interessati da una domanda che si mantiene pressoché costante, poiché è difficile che essa venga a meno per tali beni di prima necessità. Facciamo un parallelo tra la situazione di un centinaio di anni fa e quella odierna. Un secolo fa infatti il commercio di cibo avveniva solamente su scala locale, il contadino produceva e portava per conto suo i propri prodotti al mercato locale. Adesso invece funziona in modo completamente diverso: il commercio di alimenti ha ora raggiunto una dimensione internazionale, ciò che viene prodotto, è nella maggior parte dei casi lavorato da industrie alimentari e messo in una grande rete di distribuzione composta da trasporti(camion, treni, navi e aerei) e nuove strutture di vendita. E non solo… per aumentare la produzione per ettaro si fa uso si fa uso di trattori e macchinari vari che hanno anch’essi un consumo di energia rilevante. E’ dunque evidente come l’intera nostra economia si basi sullo sfruttamento di poche risorse energetiche tra le quali la parte più rilevante è costituita dal petrolio, e quindi soprattutto da quest’ultimo dipende.
Infatti che cosa sta accadendo adesso? Ci troviamo in una condizione in cui non riusciamo più ad ottenere petrolio a basso prezzo poiché si è alzata la domanda da parte dei paesi in via di sviluppo come la Cina, i quali hanno già stretto alleanze commerciali con stati esportatori come l’Iran. La situazione è grave: siamo al picco del petrolio. Le risorse petrolifere rimarranno abbondanti per qualche decennio, ma i prezzi continueranno a salire cosicché i paesi esportatori opereranno una selezione tra i possibili acquirenti, cioè sceglieranno quelli che sono in grado di offrire loro più garanzie di guadagno.
Il futuro che si prospetta per noi non è affatto roseo, ed è da considerare che questo preannunciato aumento non farà altro che destabilizzare ulteriormente l’economia, fino all’impoverimento della popolazione. L’Italia è un paese troppo piccolo per rimanere legato alle fonti energetiche tradizionali e deve ad ogni costo affrancarsi. Chiave del successo è puntare sulla ricerca, sul nucleare e fonti alternative per la questione energetica di città ed industrie, e sul biodiesel ed idrogeno per la locomozione… occorre riprendere i programmi lasciati alle spalle, avere una visione a lungo termine che ci permetta di fare fronte a crisi future le quali, al giorno d’oggi, si prospettano.

Davide Balestri, resp. “Gioventù Nazionale” Ravenna

 

BANCHE USURAIE , AUMENTI DEI TASSI E SUICIDI DA INSOLVENZA

Reggio Emilia, 19 ottobre 2007

Dopo aver appreso della notizia del suicidio di un operaio di 43 anni in provincia di Macerata, impiccatosi con una corda al collo sul proprio luogo di lavoro, giunto alla disperazione perché non riusciva più a pagare il mutuo della casa, dopo che la moglie era stata licenziata nei mesi scorsi dal suo impiego precario, innanzi ai semplici messaggi di cordoglio e di ipocrita comprensione di circostanza, sola manifestazione che sanno esprimere le altre forze politiche, siamo a chiedere la condanna per istigazione al suicidio da insolvenza per i governatori della Banca Centrale Europea Trichet e della Banca d’Italia s.p.a. Mario Draghi, reali responsabili di quanto accaduto, quali fautori di scellerate politiche monetarie che stanno portando il popolo alla disperazione; nonché la denuncia per alto tradimento per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, reo di violare la Costituzione, segnatamente all’art. 1 che sancisce la sovranità al popolo, quindi anche quella monetaria, oramai scippata ai cittadini in favore dei soci privati della Banca Centrale.

Manuel Negri

Responsabile settore economia

Fiamma Tricolore

LA DERIVA DELLA FINANZIARIZZAZIONE DELL'ECONOMIA

Reggio Emilia, 11 settembre 2007

Una più accorta analisi della recente turbolenza dei mercati finanziari, ricondotta ufficialmente alla responsabilità del tracollo americano dei mutui ad alto rischio, mette in evidenza il fatto che la crisi è stata innescata non tanto dalle insolvenze dei mutui statunitensi, il che avrebbe limitatamente causato una crisi interna al sistema americano, quanto dalle operazioni finanziarie a mero scopo speculativo, riflettutesi poi sui risparmiatori, pianificate e messe in atto dal sistema bancario. Nessuno precisa che i famigerati mutui sub prime rappresentano solamente il 4% del credito erogato in Usa, pur essendone stati contratti nel 2005/2006 per oltre 1.000 miliardi di dollari, ma soprattutto non viene svelato il mistero assoluto in cui è ancora immersa non solo la galassia di questi stessi mutui, ma i mille rivoli attraverso cui sono stati diffusi, una volta cartolarizzati, in titoli di debito ad alto rischio e bassissima trasparenza. A dimostrazione del fatto che si tratta esclusivamente di operazioni speculative, guarda caso, le borse, dopo continui e forti ribassi, hanno rimbalzato proprio il terzo venerdì del mese di agosto; perché per legge il terzo venerdì del mese vengono chiuse sia le opzioni sui derivati che i carry trade (prestito di capitali in una data valuta per investire gli stessi in strumenti finanziari denominati in altre valute). Il problema è che purtroppo, mentre i mercati finanziari continuano tutti i giorni a salire e scendere repentinamente, oramai indifferenti ad iniezioni di liquidità alternate dalle maggiori Banche Centrali (operazioni che sottintendono un consequenziale indebitamento, attraverso la fraudolenta emissione monetaria, a danno dei cittadini, nonché un aumento progressivo della massa monetaria in circolazione, motivo per giustificare ulteriori aumenti del costo del denaro), si moltiplicano i segnali di tempesta sul fronte dell’economia reale. Chissà se, innanzi a questo preoccupante scenario, l’antitrust dell’Ue, che vuole aprire un’inchiesta sugli sconti fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Italia, adotterà un’analoga iniziativa anche nei confronti di queste speculazioni nefaste da parte del sistema bancario e finanziario; nonché sull’operato stesso della BCE che in Italia non risulta iscritta al registro delle imprese e tuttavia svolge sul territorio regolare attività imprenditoriale congiuntamente alla Banca d’Italia. Poiché secondo il nostro ordinamento giuridico la BCE è obbligata a dover depositare presso l’ufficio del registro copia della procura con sottoscrizione (art. 2205-2206 c.c.), ne deriva che debbono essere applicati i criteri generali di riconoscimento. Il problema è che in queste attività, pur non capendo a quale titolo ottenuto, la Banca Centrale non paga le tasse per privilegio comunitario (Protocollo sui privilegi e sull’immunità dell’Ue; Gazz. Uff. dell’Ue 16-12-2004 art. 21). Siamo inoltre ad invitare le autorità e gli organismi competenti, ad iniziare a controllare seriamente all’interno dei bilanci delle banche la presenza di prodotti finanziari ad alto rischio, scaricati, il più delle volte, ad enti, imprese, quando non a piccoli risparmiatori, già gravati da esose commissioni e costi di gestione; nonché il governatore Trichet a prodigarsi nel condurre politiche monetarie attente maggiormente non tanto a soccorrere le banche in difficoltà con la scadenza di opzioni di tali prodotti finanziari o a sostenere la completa finanziarizzazione del sistema economico, quanto a salvaguardare le concrete esigenze dell’economia reale e proteggere i processi e la crescita produttiva dell’Unione Europea.

Manuel Negri

Responsabile settore economia

Fiamma Tricolore

10/8/2007

PRODI E L'ORO DI BANKITALIA: COME TOTO' E LA FONTANA DI TREVI

Reggio Emilia, 10 agosto 2007

In merito al dibattito aperto in Italia dal Presidente del Consiglio Romano Prodi sulla possibilità di utilizzare le riserve auree di Bankitalia a favore del risanamento delle finanze pubbliche, giunge repentina la risposta del portavoce ad interim per gli affari economici e monetari della Commissione europea confermando che, in ottemperanza a quanto sancito dal Trattato di Maastricht, come se Prodi non ne fosse a conoscenza, "ogni decisione sulle riserve auree dei Paesi membri spetta alla Banca Centrale Europea e, né gli Stati membri, né la stessa Commissione europea, detengono la minima competenza".

Questo, l’esimio professore, quale ex Presidente della Commissione Ue, lo doveva sapere, così come doveva esserne a conoscenza il suo ministro Tommaso Padoa Schioppa, ex dirigente della stessa Bce, la quale, in merito alla vicenda, non ha nemmeno degnato di risposta i rappresentanti dell’esecutivo italiano.

L’oro, che dal 1971 non rappresenta più ufficialmente il controvalore di riserva della quantità di moneta emessa e stampata oramai a puro costo tipografico di carta ed inchiostro, unitamente alle valute depositate presso la Banca Centrale, è di proprietà dei soci privati di Bankitalia s.p.a.

Allora, caro Prodi, non puoi vendere ciò che non ti appartiene!

Se Prodi volesse veramente compiere un atto rivoluzionario potrebbe, in collaborazione coi suoi ‘genii’ dell’economia e della finanza, iniziare a stampare banconote di Stato a corso legale o pagare, alla Banca Centrale di emissione, invece del valore nominale di facciata delle banconote prestate, il mero costo intrinseco di carta ed inchiostro, oltre alle semplici spese di gestione e di amministrazione per il funzionamento dello stesso istituto di via Nazionale (quale filiale e diretta emanazione della altrettanto privata Bce).

Solamente in questo modo sarebbe realmente possibile risanare le finanze pubbliche e troncare definitivamente la spirale oppressiva e viziosa del debito pubblico, creato ed alimentato attraverso la creazione di denaro dal nulla da parte delle Banche Centrali private, dedite allo scippo del signoraggio monetario a danno dei cittadini.

In caso contrario, non rimarrebbe che tentare di provare ugualmente a vendere l’oro, sperando di incamerare qualcosa per integrare il tesoretto, così come fece Totò quando si adoperò per vendere la Fontana di Trevi.

Con l’unica differenza che Prodi, al contrario del compianto comico napoletano, fa piangere gli italiani…

Manuel Negri

Responsabile settore economia

Fiamma Tricolore

 

27/7/2007

BANCHE REGINE DEL MERCATO


Non avevamo sicuramente bisogno dell’elaborazione dell’ufficio studi di Mediobanca per avere un ritratto dell’economia italiana, ma l’edizione 2007 di R&S, che include e aggrega i dati dei cinquanta migliori gruppi quotati, mette in evidenza un dato assai preoccupante, ma che non fa altro che confermare le nostre analisi e quanto da noi da tempo sostenuto: nel 2006 l’economia italiana è stata nel segno delle banche.

Mentre gli istituti di credito hanno messo a segno un balzo degli utili netti del 34%, il comparto industriale ha segnato il passo cedendo il 6% rispetto all’anno precedente.

Ma il calo degli utili del comparto industriale diventa una voragine se andiamo a considerare la situazione di migliaia di PMI e tutte quelle realtà non quotate in borsa ma che, rappresentando oltre il 90% delle aziende italiane, sostengono, mantengono e sospingono l’economia nazionale.

Innanzi a politiche fiscali vessatorie nei confronti delle Pmi, pianificate dal duo Tappo Per lo Sviluppo, al secolo Tommaso Padoa Schioppa e da Fisco-Visco, in seguito applicate dall’esecutivo Prodi; a fronte di un euro in costante ascesa sul dollaro che frena l’esportazione e con l’introduzione degli artificiosi e castranti parametri di Basilea 2, volti ad aumentare ulteriormente la stretta creditizia, le uniche aziende a poter chiudere i bilanci in attivo non possono che essere le banche.

E continueranno ad esserlo fino a che saremo governati da una casta politica più attenta a soddisfare le richieste dei banchieri piuttosto che a salvaguardare gli interessi del Paese.


Manuel Negri

Responsabile settore economia

Fiamma Tricolore

 

12/6/2007

PEAK OIL E CRISI ENERGETICHE

Non v’è alcuna ombra di dubbio che l’era della benzina a basso prezzo stia finendo e che ci stiamo incamminando verso un futuro non di certo roseo per il nostro paese: la quantità di petrolio si sta esaurendo, l’offerta quindi diminuirà, almeno secondo quella che è la stima di alcuni geologi che hanno formulato la realistica teoria del “peak oil”. Quindi quali altre prospettive se non quelle di un innalzamento generale dei prezzi, che graverà ulteriormente sulle nostre tasche? Il fatto inoltre che la Cina stia conoscendo un grandissimo sviluppo finisce per corroborare le nostre preoccupazioni, poiché la domanda di petrolio in aumento non è sostenuta invece dall’offerta, che a causa del suddetto fenomeno è in diminuzione. Questo senza dubbio gioverà ai paesi del cartello OPEC, tra cui spicca l’Arabia Saudita: tale nazione potrà essere catalogata tra i “Rentier States”, cioè quegli Stati che vivono di rendita e non hanno bisogno di far pagare le tasse alla popolazione, poiché il denaro ricavato dalle concessioni sui pozzi da parte dei governi alle multinazionali basta e avanza a sostenere la spesa pubblica.
Altri paesi, come la Russia, ricaveranno una posizione di grande vantaggio, tanto da poter esercitare forte influenza sulle altre nazioni: infatti Putin, dopo aver reso lo Stato russo proprietario per del 57% dell’azionariato della Gazprom-Lukoil, si è trovato ad avere in mano la produzione russa di gas naturale con la quale cerca di ricattare le repubbliche ex sovietiche bisognose di questa risorsa: non a caso è in costruzione un gasdotto che, attraverso il Mar Baltico, dalla Russia giunge alla Germania per non interrompere i rifornimenti ai clienti europei della Gazprom. Allo stesso modo Gheddafi può ricattare gli Italiani minacciando di “chiudere i rubinetti” del gas, ed è per questo motivo che Roma non può permettersi di alzare troppo la voce contro il premier libico, sprovvisti come siamo noi Italiani di un apparato militare adeguato per permetterci di essere quantomeno minacciosi, come invece sono soliti fare gli USA.
I secondi a trarne profitto, sono le grandi multinazionali, tra le quali Exxon, British Petroleum e anche la nostra ENI, per il medesimo motivo che ho spiegato sopra.
E’ ormai evidente che quella criminale strategia americana, alla quale noi anche abbiamo partecipato con il presidio a Nassirya(dove si trova un giacimento dato in concessione all’ENI ancora prima della guerra), di ottenere il controllo dei pozzi con l’occupazione militare (basing strategy che dir si voglia) dell’Iraq ha fallito, ed ha avuto unicamente come risultati quello di far alzare il prezzo dell’oro nero per la gioia delle multinazionali petrolifere.
Questo scenario geopolitico ammette due possibili prospettive: improbabile che vi sia un governo internazionale del petrolio retto dai produttori, che garantisca un’equa spartizione di questa materia prima; più probabile è invece lo scoppiare di nuove guerre per accaparrarsi questa risorsa, soprattutto ora che gli USA devono tenere testa alla nuova superpotenza economica cinese: già in passato, nel 1971, gli USA minacciarono l’Arabia Saudita, comunicando all’ambasciatore che sarebbero sbarcati sulla costa araba orientale e avrebbero presidiato militarmente i pozzi nel caso il petrolio non fosse più fornito loro. Così gli Americani faranno probabilmente se i Sauditi sceglieranno come partner commerciale la Cina togliendo le concessioni alle multinazionali anglo-americane.
Su un quadro internazionale la situazione si profila così, ma ora veniamo al nostro paese, l’Italia…

L’Italia è un paese il cui fabbisogno energetico è sostenuto per lo più dallo sfruttamento degli idrocarburi quali il petrolio e il gas, che ci vengono forniti da Russia, Libia e Algeria. In poche parole da questi tre paesi noi dipendiamo e, ovviamente, anche dalle grandi multinazionali che ci erogano tali idrocarburi, quali l’ENI, la Gazprom e altre società. Non possiamo mica credere di uscire illesi dalla crisi del “peak oil”, visto e considerato che solo una piccolissima parte dell’energia che consumiamo è prodotta in Italia, mentre l’80% è importata. Siamo in una penosa condizione di dipendenza e nessuno si è reso conto del fatto che la crisi derivante dal “peak oil” ci colpirà in maniera profonda. E se i nostri tre fornitori si coalizzassero in un cartello per renderci in futuro la vita ancora più dura la situazione si aggraverebbe di certo.
Quindi cosa fare? Continuare per caso con la nostra miopia e stoltezza nel valutare?
E’ chiaro quindi che occorre una soluzione che rivoluzioni il nostro modo di concepire la politica energetica, ancor meglio se si definisce un programma europeo.
Noi Italiani ci siamo sparati sui piedi votando contro l’apertura di centrali nucleari e l’utilizzo delle stesse, quando ancora avevamo diversi enti e un’èlite di fisici e ricercatori, che al giorno d’oggi stiamo costringendo ad emigrare. Occorrerebbe almeno che lo stato decidesse di approvare una seria politica energetica che serva a trovare una scappatoia da quanto accadrà a seguito del peak oil, o almeno per limitare i danni. Sarebbe giusto investire nella ricerca, rivalutare il nucleare, favorire l’utilizzo di carburanti bio-diesel e incentivare l’uso di energie alternative. Ovviamente ci sarebbe tanto da proporre e tanto da fare, maperché ancora nulla si muove? Chi ci guadagna nel mantenere le cose così come stanno?

Davide Balestri

 

22/5/2007

IL NUOVO LEVIATANO

In ottemperanza al nuovo corso intrapreso dal governatore di Bankitalia s.p.a. Mario Draghi, che ha visto, in meno di un anno e mezzo, svolgersi sei grandi operazioni tra banche italiane e due importanti acquisizioni da parte di gruppi stranieri, successivamente alla nascita del colosso San Paolo-Intesa, che oggi sta per rilevare anche Carifirenze, all’unione tra Ubi Banca e Banco Popolare, allo sbarco in Italia della francese Bpn con Bnl e dell’olandese Abn Ambro con Antonveneta, nonché del Crèdit Agricole, che ha rilevato gli sportelli ‘di troppo’ di Intesa San Paolo; sono recentemente ‘convolati a nozze’, a pochi giorni dalla rituale ‘messa cantata’ che terrà il governatore il prossimo 31 maggio a Palazzo Koch, il banchiere del mercato, Alessandro Profumo e il banchiere dalle sette vite Cesare Geronzi. La fusione Unicredit-Capitalia, con quest’ultima assistita nelle consulenze e nelle strategie, guarda caso da Claudio Costamagna, ex banchiere della Goldman Sachs che gode della piena fiducia di Draghi, con cui ha lavorato fianco a fianco fin dai tempi della direzione generale del Tesoro (i bei tempi del Britannia…), non solo rappresenta una manovra finanziaria che va a scardinare il panorama bancario italiano ed europeo, ma avrà influenti influssi anche sullo scenario politico, considerando anche che, attorno all’operazione, come dimostrato dai ‘camerieri dei banchieri’, vi è un consenso altamente elevato, bipartisan ed istituzionale. Innanzi alla creazione di questa sorta di Leviatano della finanza, con una capitalizzazione di 100 miliardi di euro ed una clientela di oltre 40 milioni di persone, numeri tanto cari al signor Profumo, dall’altra parte, il vice-presidente del neo-colosso, con deleghe alle partecipazioni, oltre che presidente del consiglio di sorveglianza della nuova Mediobanca, il redivivo Cesare Geronzi, diverrà il fulcro dei ridisegnati equilibri di potere che trovano da sempre i loro centri nevralgici nel crocevia tra Mediobanca, Generali, a loro volta azioniste ed alleate di Intesa San Paolo e Rcs Mediagroup. Innanzi all’ennesima dimostrazione dello strapotere del sistema bancario, alla acquiesciente impotenza della politica, il Ms-Ft si interroga, a giusta ragione, oltre alla scontata preoccupazione per questa ulteriore concentrazione di potere, sul destino dei quasi 10.000 dipendenti del nuovo gruppo che, come già avvenuto in altre simili operazioni di fusione-accorpamento, rischiano di trasformarsi in ‘esuberi’; ma soprattutto ci chiediamo quali vantaggi ed interessi saranno apportati per i clienti-consumatori, visto che le fusioni avvenute fino ad ora, invece di portare benefici ai consumatori, hanno finito per vessarli ulteriormente, mediante costi altissimi, portando inoltre ad un’ulteriore razionamento del credito e servizi poco efficienti in rapporto alle specifiche esigenze del cliente.

Manuel Negri

Responsabile settore economia

Fiamma Tricolore

15/5/2007

PRIVATIZZAZIONI NOCIVE

Come tutti ben sanno anche le ferrovie statali hanno subito il processo di privatizzazione passando tra l'altro dalla vecchia denominazione di Ferrovie dello Stato all'attuale Trenitalia.

Con quale risultato?
Beh, di solito le privatizzazioni dovrebbero portare ad un risparmio dei costi ed al miglioramento del servizio reso, ma fino ad oggi, mi pare lampante che ha portato ad un taglio dei posti di lavoro con conseguenti ritmi di lavoro aumentati, che spesso sono la causa dell' "errore umano" negli incidenti ferroviari.
Tra l'altro se di vera privatizzazione si tratta, le perdite anzichè finire nelle tasche dei contribuenti, finirebbero presso il Tribunale fallimentare.
Ora ci fanno sapere che Trenitalia investirà acquistando nuovi treni e con la scusa del miglioramento dei servizi (ma non l'avevano già detto?), aumenteranno, questo è certo, le tariffe ferroviarie dal 3% al 15% circa finendo per indebolire le tasche degli utenti.
Sarebbe stato più logico ed onesto per una volta, prima migliorare il servizio, vedi treni più decenti ed arrivi e partenze in orario e poi eventualmente, aumentare le tariffe.
 
Cordialmente, Paolo Casadio, FIAMMA TRICOLORE-Ravenna.

 

 

6/4/2007

E PRODI SI COMPRO’ GLI STATALI……

Spinto dalla paura dell’imminente sciopero dei lavoratori del pubblico impiego annunciato per il 16 aprile dai sindacati  Cgil, Cisl e Uil, (e dalla vicinanza delle elezioni amministrative) il governo ha deciso di concedere ,tramite il rinnovo del contratto, un aumento medio di 101 euro al mese che riguarderà circa tre milioni  e mezzo di dipendenti statali. Questa manovra prevede un esborso da parte dello Stato di circa 3 miliardi e 700 milioni di euro, soldi che provengono dal famigerato “tesoretto”, saltato fuori grazie ad un inaspettato surplus del gettito fiscale che ammonta a circa 9 miliardi di euro. Questi soldi a detta del Ministro Padoa Schioppa sarebbero dovuti essere destinati “ a sgravi fiscali e all’abbassamento dell’Ici”.Concetto che il Ministro ha ribadito anche dopo il rinnovo del contratto per i dipendenti del pubblico impiego dicendo: “quest’esborso di denaro non compromette le nostre intenzioni di effettuare degli sgravi fiscali e di abbassare l’Ici, perchè grazie al risanamento dei conti che c’è stato con la Finanziaria , siamo in grado di destinare risorse in quella direzione”. In realtà dopo poche ore il Ministro dell’Economia è stato immediatamente smentito dal Sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi, il quale ha dichiarato: “Per via dei soldi spesi per il rinnovo del contratto degli statali, non abbiamo piu’ risorse sufficienti per abbassare l’Ici e per concedere sgravi fiscali”.Da notare ancora una volta la perenne discordanza di opinioni che caratterizza ormai dal suo primo giorno di vita questo esecutivo. Intanto emerge che tutto ad un tratto la priorità del governo sono diventati gli statali, una categoria che di certo di questi tempi non se la passa poi cosi’ male. Il governo, infatti cedendo ai soliti ricatti dei sindacati ha tradito ancora una volta le promesse che aveva fatto agli italiani (sgravi fiscali, abbassamento Ici).Sicuramente il governo è stato spinto a questo importante esborso di denaro, anche dalla vicinanza dell’elezioni amministrative. Da un sondaggio pubblicato da “La Repubblica” pare che il gradimento a questo governo sia sceso dall’elezioni del 2006, di circa 6 punti percentuali franando al 43%. Appare chiaro che un abbassamento cosi’ pesante del consenso dell’Esecutivo, potrebbe incidere sul risultato delle amministrative, magari facendo perdere al Centro-sinistra anche città e provincie tradizionalmente vicine ad esso. Ed ecco quindi che arriva puntuale questo regalo di Pasqua agli statali per assicurarsi il loro voto. “A pensare male si fa peccato, ma tante volte s’indovina”, purtoppo questo detto ,ripetuto in passato copiosamente da Giulio Andreotti, sembra adattarsi  a questa manovra del governo Prodi che per squallidi fini elettorali ha preso in giro ancora una volta gli italiani, in primis la parte piu’ povera di essi che si aspettava importanti sgravi fiscali. Abbiano questi signori almeno il buon gusto di finirla di usare slogan del tipo “Anche i ricchi piangano” o “Equità e sviluppo”, perché tanto ormai non gli crede piu’ nessuno.

Camerata Cris