Recensione de Il Padrino
Nel 1969 Mario Puzo, scrittore italoamericano, nato da genitori napoletani, scrisse il libro “Il padrino”, un bestseller destinato a diventare una pietra miliare nella storia della letteratura e del cinema. Infatti, al regista italoamericano Francis Ford Coppola verrà l’idea di trasporre il libro in un film, che realizzerà proprio con lo stesso Puzo. Un film che diverrà poi una trilogia conosciuta in tutto il mondo. La trama de Il Padrino, è oramai conosciuta ovunque. Il libro, venduto dal 1969, venderà 20 milioni di copie nel mondo, un fenomeno eguagliato, in base ai tempi, dal recente Codice da Vinci di Dan Brown. Il perché di tanto successo è presto spiegato: Mario Puzo racconta con agghiacciante freddezza la storia idealizzato – romanzata di Vito Andolini, siciliano di Corleone che emigrerà durante i primi del 1900 in America, diventando uno dei più grandi mafiosi di tutta l’america. L’impero costituito da Vito verrà guidato dal figlio Michael Corleone, con una ferocia mai vista prima. Analizziamo il film ora per gradi, cercando di capire origini, successi, disgrazie di quest’opera.
Francis Ford Coppola volle reclutare un cast che fosse in parte sconosciuto, ma anche brillante. Il budget a disposizione era pur sempre limitato, e molte sue scelte non piacquero ai produttori. Per il ruolo di Vito Corleone e di Michael erano stati rifiutati sia Marlon Brando, che Al Pacino. Soprattutto per il secondo, erano stati chiamati, per l’audizione, attori come James Caan (che interpreterà Santino Corleone, fratello di Michael e Fredo) o Robert Redford, godenti d’una certa fama. Dopo le iniziali reticenze, il cast fu confermato e l’opera cominciò ad essere girata nel 1971, in America ed in Italia. Per la prima volta apparvero sul grande schermo le cittadine siciliane Forza d’Agrò e Savoca, in quanto, sebbene Vito fosse di Corleone, la stessa non fu scelta poiché troppo industrializzata. Il film infatti è ambientato nel 1946, quando Michael torna dai combattimenti della 2° guerra mondiale in occasione del matrimonio della sorella, Costanzia Corleone, o Connie.
E’ inutile a mio avviso soffermarsi sulla trama del film in ogni sua scena, è invece doveroso capire il disastro compiuto da questi due italoamericani, i sopraccitati Francis Ford Coppola e Mario Puzo. Entrambi di discendenza italiana, e cresciuti nelle little italies americane, non conoscevano né la lingua né la cultura del nostro Paese, ma ne acquisirono solo gli stereotipi comuni che si tramandavano di anno in anno. Infatti, nessuno nega che la mafia non esistesse negli Stati Uniti e che venne instaurata dagli italiani medesimi, ma il realizzare una storia romanzata, pittoresca e a tratti irreale come il Padrino, è frutto solo di un connubio italoamericano, con peculiarità proprie.
Il film introduce subito la serie infinita di stereotipi che si susseguiranno per tutta la saga; il primo è la descrizione di Virgil Sollozzo, italiano abile col coltello, con precedenti penali in Italia ed America, che segue il traffico di droga tra Italia – America – Turchia, da questo il suo soprannome “Il turco”. “Abile col coltello”, in quanto gli italiani erano considerati tali. Una descrizione d’un giornale dell’epoca scriveva: “mai vista tanta ferocia in una persona sobria; lo slavo è sì feroce quand’è brillo, ma l’Italiano è rapido come non mai col coltello anche quand’è sobrio. Ed infatti, Virgil Sollozzo, con un rapido colpo di mano, accoltellerà il killer di Vito Corleone, Luca Brasi.
In tutte le occasioni ove viene decisa a tavolino la morte di qualcuno, i protagonisti si trovano in chiesa, oppure portano i simboli del cristianesimo. Questo poiché gl’italiani d’America, in particolare quelli del sud, erano considerati quasi pagani, un cattolicesimo “neopagano”. Il clero irlandese aveva infatti aborrito le processioni degli italiani del sud, i quali trasportavano fuori dalla chiesa le statue dei loro santi protettori. Tuttavia, anche gli stessi sacerdoti del nord Italia, avevano espresso le loro preoccupazioni quando i profughi delle province invase nel 1917 – 1918 si erano rifugiati nelle regioni meridionali. Tornando in America, gli italiani faticarono ad avere chiese loro, e per celebrare liberamente i loro riti, dovettero autofinanziare la costruzione delle loro chiese. Nel film, tutte le decisioni di omicidi vengono decise o in chiesa, con un misticismo adatto alla situazione, oppure i protagonisti indossano tutti il crocifisso. Per ben due volte, nel Padrino Parte II e III vi è la processione di Little Italy di San Gennaro, ove o avviene un omicidio, “eroico” nel primo caso, ove un De Niro abilissimo uccide senza pietà Don Fanucci, interpretato da Gastone Moschin, per liberare lui e i suoi amici dal giogo del pizzo; nella seconda processione, la Madonna viene profanata, cadendo a terra, per un’uccisione compiuta da Vincent Mancini, nipote di Michael. Nel padrino Parte I, il Matrimonio di Michael viene celebrato con la tipica processione paesana siciliana, con canti, balli e musiche quasi “neopagane”, così come il funerale del fratello di Vito Corleone nel Padrino Parte II. Malgrado ciò, il culmine viene raggiunto nella scena del battesimo de Il Padrino. Infatti, Michael, ordina, in contemporanea al battesimo di suo nipote, l’uccisione delle 5 famiglie di Nuova York, rivali dei Corleone. E Francis Ford Coppola, con estrema maestria, fonde i giuramenti di rinuncia al male e a Satana di Michael in Chiesa, con le uccisioni che stavano compiendo fuori i suoi sicari. - “Rinunci a Satana? – Rinuncio – e contemporaneamente moriva Moe Green. – Rinunci….” L’apice del neopaganesimo italiano, ove un uomo riesce ad ordinare la morte di decine di persone, giurando di rinunciare al demonio, era raggiunto. Forse Puzo si sarà ispirato ai veri padrini, che usavano conservare la foto di coloro che uccidevano in casa ponendovi sopra un lumino. O forse, c’era un poco di perversione di fondo.
In entrambi i funerali principali del film, rispettivamente quello del padre e della madre, vi sarà la decisione della morte di figure importantissime della famiglia: il marito della sorella di Michael, Carlo, e il fratello Fredo. E’ impossibile trovare le parole per descrivere il comportamento di Michael. Dapprima, con lo sguardo mortifero, comunicherà a Carlo che non avrebbe mai reso la sorella vedova. Due minuti dopo lo farà assassinare. Con il fratello, sarà ancora più agghiacciante. Durante la festa cubana, gli darà il “bacio della morte”, dichiarandogli di aver scoperto il suo tradimento. Aspetterà sin quando la madre non morrà, per eliminarlo definitivamente. E’ impensabile che una figura comune possa ordire l’eliminazione del sangue del suo sangue, della sua più stretta parentela. E’ proprio qui che bisogna capire che si tratta di un racconto inventato, non della realtà! Cosa che invece non accadrà per parecchi anni, quando l’italiano e l’italoamericano coinciderà perfettamente con quel tipo di figura: criminale, mafioso, assassino. Lo stesso presidente Nixon, un maledetto cialtrone, dirà al telefono “non se ne trova uno onesto”. Da ricordare che i voti degli italoamericani gli erano stati determinanti.
Non bisogna tralasciare l’alimentazione: i riferimenti sono lampanti ovunque. Spaghetti, pomodoro, olio d’oliva (il puro siciliano, che Vito stesso visiterà nel suo viaggio di ritorno in Italia e nel quale impianterà il suo commercio, i cannoli siciliani (Padrino I e III). Non c’è da stupirsi se siamo stati definiti “Spaghetti, mafia e mandolino” proprio dagli americani. Proprio codesto film diffonderà frasi come “teneva una voce all’olio d’oliva” o altri stereotipi duri a morire. E come non citare altri due temi principali della memorialistica stuprata: l’onore e la famiglia. Il primo sarà esasperato dall’inizio della saga, quando la figlia di Amerigo Bonasera (notansi il nome assurdo, come molti altri) “tenne alto l’onore”, quando la sfigurarono due bruti. E “sarà salvo” anche quando Michael uscirà pulito dal processo, usando tutti gli espedienti possibili. Sarà presente anche in una scenetta del teatrino dei pupi siculi, notato proprio dalla moglie Kay.
La famiglia, tema principale della vita italiana o sicula, fu subito messo in evidenza. Era impensabile per la madre di Michael, donna di inizio 1900, che il figlio lasciasse, perdesse la famiglia. Non poteva comprenderlo, pensava fosse per la perdita del figlio di Michael. E questi aggiunse sommessamente che i tempi cambiavano. Michael non riusciva a rassegnarsi all’idea secolare della famiglia unita, della moglie e dei suoi figli, e avrebbe “usato tutto il suo potere per impedire la rottura dell’unione”, sin quando Kay non aggiungerà che il suo aborto era volontario.
Degna di nota è la musica. Nel Padrino Parte II v’è la rappresentazione della sceneggiata napoletana, colma di dolore. E nel Padrino Parte III avrà luogo nel Teatro Massimo di Palermo la “Cavalleria Rusticana”, di Mascagni(di Puccini dirà Micheal), tema siculo per eccellenza.
Il Padrino Parte III segnerà una frattura: il pentimento di Michael Corleone, la sua confessione, il dolore. Seguirà la riconciliazione con la moglie, fin quando non accadrà l’irreparabile: la morte della figlia. Da sfondo fanno comunque i delitti ordinati da Vincent oramai Corleone, fino ad arrivare alla scomparsa del Santo Padre.
Questo mix irreparabile di stereotipi, genererà uno dei miti della storia del cinema. Gli attori diverranno celeberrimi ovunque (Al Pacino avrà la carriera assicurata, sebbene il suo talento sia indubbio in qualunque circostanza). Verrà definito “Best movie of all times” (miglior film di tutti i tempi), ne verranno esaltate le qualità sceniche, musicali (Nino Rota genererà la colonna sonora più famosa al mondo) e coreografiche. Verrà tradotto in tutte le lingue e apprezzato ovunque.
Questo non fu tuttavia un tributo agli italiani di 2° generazione, come dirà Al Pacino in un’intervista. Questo film, che delineò una netta frattura tra il pre e post Padrino (dopo questo film, verranno realizzate centinaia di pellicole sulla mafia, il 50% in più rispetto a prima), creerà l’opinione ancor diffusa dell’italiano e dell’italoamericano: criminale e mafioso. Stereotipi purtroppo duri a morire, in quanto comode chiavi di lettura della realtà. E’ il caso di dirlo: il film artisticamente è fantastico, a 30 anni di distanza. Tuttavia, Mario Puzo, Francis Ford Coppola, Albert Ruddy (produttore del film) e tutto il cast hanno generato un mostro che rimarrà nella memoria collettiva. L’abilità degli attori nel calarsi nelle loro parti rimarrà inquietante, come il risultato da loro prodotto.
Valentino Quintana