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POLITICA ESTERA

7/11/2008

GLI U.S.A SONO UN MODELLO DA SEGUIRE?

L'oppressione mediatica di questa ultima campagna elettorale statunitense è stata più di ogni altra asfissiante, partita un anno fa con la disputa interna tra i democratici Hillary Clinton e Barak Obama e proseguita sino ad oggi tra quest'ultimo ed il repubblicano Mc Cain: ma il risultato, qualunque esso sia, non sposterà di una virgola la politica interna ed estera degli U.S.A., come oggi ha scritto nell'editoriale di Libero il direttore Feltri (personaggio fortemente pro-America) e come dichiarò Putin due anni orsono affermando "Anche voi negli U.S.A. avete un partito unico"-. 
Le stupidità di questi ultimi giorni rappresentano la nullità mediatica, con notizie basate solo su verità virtuali -vedi i sondaggi o scandali presunti-, per cui da giorni si sente solo ripetere sino alla nausea "il tale è in vantaggio in questo stato" oppure "tizio ha un vantaggio di punti percentuali...".
Il tutto siamo costretti a sorbircelo poichè noi italiani (e buona parte dei popoli europei) siamo legati economicamente e militarmante a doppio filo con gli U.S.A., i quali non dobbiamo mai scordarcelo, ci hanno "liberato dalla tirannia nazi-fascista", salvo poi assogettarci a loro come colonia.
Ma gli U.S.A. sono davvero un modello da seguire, sono davvero la patria della democrazia (da esportare) e della libertà?
Francamente se seguiamo il percorso storico degli Stati Uniti d'America sin dalla loro nascità, almeno un bel pò di dubbi ci assaliranno, partendo dal fatto incontestabile che dagli albori di questo paese -nato sui dogmi della massoneria- ad oggi, tra interventi militari e guerre vere e proprie, gli U.S.A. hanno fatto ricorso alle armi in oltre 150 occasioni (16 solamente con il vicino Messico), per cui non è certamente un bel biglietto da visita per chi si atteggia a paciere del mondo e portatore di valori, tra i quali la fratellanza...
L'America nasce come il cestino dell'Europa, ove approdavano spediti direttamente dalle carceri, i delinquenti più incalliti, assassini, emarginati, ma anche avventurieri, asociali, ebrei vittime dei pogrom e cattolici perseguitati dai protestanti.
Il tutto poi condito con la finzione hollywoodiana, a partire dai film western in cui viene favoleggiata la triste realtà di violenza e soprusi, oppure dove i coloni  e soldati a stelle e strisce si difendevano dagli indiani cattivi: ma sappiamo bene che Hollywood è stata e continua ad essere, il "ministero della propaganda" statunitense.
Fin dagli inizi gli U.S.A. hanno mostrato il loro vero volto, massacrando oltre 9 milioni di nativi americani, per poi rinchiuderli dopo avergli sottratto la terra -a volte anche con veri e propri inganni- in riserve indiane sempre più ridotte e prive di pascoli, la loro unica risorsa di sopravvivenza, condannandoli alla perdita delle tradizioni e all'estinzione.
Poi, sul lavoro di 14 milioni di africani strappati alla terra madre e ridotti in schiavitù - mentre nell' Europa romana-cristiana l'uomo in catene veniva posto al bando definitivamente- ha fondato le proprie fondamenta, tra prima industrializzazione e lavoro agricolo.
Ricordo agli adulatori dell'uguaglianza e dell'America, che soltanto nel decennio 1960 si è posto fine alla legislazione che in diversi stati membri degli U.S.A. imponeva la segregazione razziale!
Arriviamo alla seconda guerra mondiale, in cui gli Stati Uniti ci si sono infilati con cinismo per dare sviluppo alla loro "magnifica industria bellica", con lo scopo di risollevare l'economia interna in recessione da un decennio a causa dell'arcinoto venerdì nero di Wall Street datato 1929, oltre all'occasione che si presentava e si prestava , di egemonizzare ed occupare la parte d' Europa più prolifica. 
In questo conflitto gli americani con sfregio a qualsiasi convenzione internazionale, hanno massacrato oltre un milione di civili con bombardamenti criminali sulle città tedesche ed italiane, di cui i continui ritrovamenti di ordigni bellici inesplosi nelle nostre terre, ne sono inconfutabile prova.
Come dimenticare i 200.000 civili di Dresda ed Amburgo arsi vivi dalle bombe al fosforo sganciate dai bombardieri dei liberatori, o peggio ancora, le vittime delle bombe atomiche di Hiroscima e Nagasaki: questi non sono crimini di guerra?
Vogliamo parlare sennò della guerra in Corea?
Come mai, come accaduto in Vietnam quando i portatori di pace bruciavano con le bombe al napalm interi villaggi e le loro popolazioni, i generali e presidenti U.S.A. non sono mai finiti davanti ad una corte internazionale per rispondere di crimini contro l'umanità? 
Senza dimenticarci dei 500.000 (i tedeschi parlano di 700.000) giovani reclute della Wermacht, solo soldati semplici, che fecero morire di fame nei campi di prigionia alleati lungo il fiume Elba, a guerra terminata?
Per restare nel nostro paese, a guerra finita in molte occasioni i militari alleati si sono voltati dall'altra parte mentre i partigiani uccidevano per vendetta e per "lotta di classe", civili o ex combattenti della R.S.I.
Oppure parliamo del potere d'informazione a senso unico che ci ricorda sovente il piano Marshall, che ci sfamò (con annesso un debito di interessi con cui ancora oggi facciamo i conti) dopo che gli stessi americani avevano distrutto mezza Italia, perseguendo la logica del loro interesse consistente nel "prima distruggere per poi gestire la ricostruzione": peccato però che la stampa politicamente corretta si sia scordata di citare anche una sola volta, i massicci aiuti e contributi disinteressati che l'Argentina di Duarte ed Evita Peron - diventata nel frattempo la quarta potenza economica mondiale grazie anche all'applicazione dei dogmi economici e sociali del fascismo di cui Peron era un'estimatore-  facevano arrivare quasi quotidianamente tramite carghi piene di ogni necessità...
Continuando, negli anni Settanta e Ottanta gli Stati Uniti hanno sostenuto molte dittature e colpi di stato nel mondo, in sudamerica, Turchia e Grecia, senza scordare che in ogni angolo del mondo ove vi sia un focolare di guerriglia, si maneggiano armi americane: ci sono paesi in cui mancano le medicine, scarseggiano i viveri o si muore di fame, ma le armi made in U.S.A. sono sempre presenti !
In Iraq si è fatta una guerra basandosi sulle infondate notizie del rapporto Powell (lo stesso clown che oggi appoggia Obama) con cui si è sovvertito uno stato sovrano, a regime dittatoriale come ne più ne meno alcuni stati arabi sostenuti dagli americani, vedi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, spezzando l'equilibrio di convivenza tra le varie etnie e religioni esistente grazie al regime di Saddam: oggi in Iraq, c'è più pace, convivenza e sicurezza che ai tempi del Raiss?
Gli Alleati sono andati in Iraq con la menzogna delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam, ma le uniche armi non convenzionali trovate, sono state quelle che loro stessi hanno scaricato su Falluja.
E le armi non convenzionali, parlo dell'uranio impoverito, usato dagli atlantici nell'ex Jugoslavia?
Talmente criminali, da non avvertire gli stessi alleati militari del pericolo, con migliaia di morti per cancro tra i civili e militari NATO, tra cui diversi italiani.
Si parla tanto di messe al bando di armi letali, si parla di Convenzione di Ginevra, di diritti dei prigionieri, ma gli U.S.A. in merito continuano a mostrare arrogante indifferenza e spregio di qualsiasi regola (lo stesso discorso vale per Israele). 
In Afghanistan i talebani andavano bene per contrapporsi all' Armata Rossa, ma oggi che si oppongono ad altri invasori, lottando contro ogni interferenza politico-militare esterna, sono bollati come terroristi: lo sa il comune cittadino, che da quando sono arrivati i militari della "forza multinazionale di pace" per appianare qualsiasi lotta contro il governo fantoccio di Karzaj, è tornata a pieno regime la coltivazione dell'oppio che con i talebani alla guida del paese, era quasi stata estinta? 
Domando: venuta a meno la minaccia sovietica, a che serve ancora oggi il patto atlantico?
Per difendersi dall' Iran?
Dalla Siria?
Dalla Corea del Nord?
Purtroppo gli europei ed ancora di più noi italiani, siamo diventati i cloni delle peggiori e cattive abitudini americane, partendo dall'alimentazione -i nostri giovanissimi sempre più obesi in perfetto stile Mc'Donald-, con una società intrisa di violenza anche grazie ai serial americani che da decenni occupano spazi primari nella tv italiana.
Oggi ci siamo abituati agli omicidi efferati, che fanno tanto audience e che distraggono il popolo dai problemi più seri, oggi ci siamo abituati a gang giovanili suddivise per etnie che imperversano nelle nostre città come ne più ne meno accade all'ombra dei grandi grattacieli e dei sobborghi delle metropoli statunitensi, oggi siamo assuefatti all'uso di droga e all'abuso di alcool, quando sino a quarant'anni addietro queste piaghe sociali erano impensabili.
A tal proposito, piace ricordare un monito di Mussolini del 1932: < Io sto molto attento alla espansione dei prodotti americani, non solo, ma anche dei modi americani.
E' innegabile che tra gli italiani si vanno estendendo certi gusti e certi atteggiamenti degli statunitensi tutt'altro che consoni al nostro modo di pensare: musiche negriere e troppo yankee, orribili cocktail, i piedi sui tavolini, la gomma da masticare. Sembrano sciocchezze trascurabili, ma incidono nei caratteri e nei gusti. A forza di imitare l'americanismo si può perdere la propria personalità. Contro il bolscevismo io ho innalzato i gagliardetti di combattimento fin dal 1919; contro l'americanismo invadente io cercherò di dare un taglio, se sarà necessario, richiamando il popolo a un'autarchia sia economica che spirituale.>
Purtroppo la prima parte della profezia si è materializzata ed a ciò e va aggiunto l'arrivo indiscriminato da ogni parte del globo di persone straniere estranee al nostra società, che grazie alla teoria propria americana secondo cui il multiculturalismo e la multirazzialità sono una ricchezza, quando in realtà sono la vera crisi dell'identità dei popoli europei, oggi anche noi italiani siamo un popolo in declino. 
Gli Stati Uniti d'America saranno anche un grande paese, ma solo sotto il profilo militare, visto che la loro economia fantasiosa, fino a poco fa portata come esempio, proprio di questi tempi sta mostrando tutti i suoi limiti.
Lo stesso dicasi per la società americana, in cui si millanta la libertà d'espressione.
Fu triste vedere quanto accadde ad uno studente universitario dopo una domanda imbarazzante a Bush e Kerry: venne portato via di forza ed arrestato!!!
Ciò, solamente perchè il quesito posto chiedeva "come potevano essere credibili i due contendenti alla Casa Bianca quando entrambi appartenevano alla stessa loggia massonica...", con l'interessante non-risposta di Bush "Non posso rispondere, è un segreto".
Oppure la tanto strombazzata uguaglianza, quando in realtà gran parte degli afro-americani percepisce salari pari ad un terzo di quelli dei bianchi.
Dopo tutto quanto detto, ritengo sia triste ed avvilente vedere i nostri ministri e maggiori parlamentari di entrambi i poli, guardare con ammirazione gli U.S.A., come se noi italiani ed europei, maestri di civiltà e cultura non fossimo in grado di pensare e sviluppare un nostro modello di società, legato ai nostri principi e valori di giustizia sociale e umanità, che vadano oltre il capitalismo e marxismo.
Dobbiamo riprendere la consapevolezza della nostra storia di europei (non mi riferisco a quell' Unione Europea "strumento economico" piegato al volere degli atlantici) e rivendicare la sovranità politica, economica, sociale: ma questo potrà accadere soltanto forgiando una nuova classe politica intrisa di giovani, che abbia a cuore gli interessi nazionali e che soprattutto spazzi via l'attuale, decrepita, corrotta e supina agli ordini mondialisti.
 
Paolo Casadio,
commissario federale del
M.S.-Fiamma Tricolore, Ravenna.

 

12/10/2008

IN MEMORIA DI HAIDER

Dopo aver appreso dai media della morte in un incidente stradale, le cui cause sono ancora da accertare, del leader del partito austriaco Bzoe e governatore della Carinzia Joerg Haider; siamo a ricordare il padre storico della nuova destra austrica, forte della recente affermazione dei due partiti, la Fpoe di Hans-Christian Strache e la Bzoe, guidata proprio da Joerg Haider.

Di lui rimarrà l’immagine dell’indomito sostenitore e difensore dell’identità mitteleuropea, di chi dice fermamente no all’appartenenza all’Unione europea dei mercanti e dei banchieri, di chi invoca la sospensione dell’accordo di Schengen sulle frontiere aperte in Europa e di chi rivendica una politica di seria regolamentazione nei confronti dell’immigrazione.

Piero Puschiavo, Coordinatore Regionale del Veneto Fiamma Tricolore

 

26/9/2008

 

SIAMO SIGNORI E REGALIAMO MOTOSCAFI

 

Venezia, 26 settembre 2008

 

In relazione alla notizia che il Governo italiano ha regalato la bellezza di 30 motoscafi della Polizia di Stato, destinati al servizio lagunare di Venezia, alla Libia in base all’accordo stipulato circa due settimane fa, il Movimento Sociale Fiamma Tricolore manifesta il proprio disappunto per questa scellerata decisione.

Sebbene costate 25mila euro cadauna, ciò non giustifica che si debbano regalare ad uno Stato che è base nevralgica per l’approdo incessante di immigrati sulle nostre coste meridionali, e sulle cui reali capacità e volontà di contrasto del fenomeno, qualche fondato dubbio rimane, nonostante i recenti accordi bilaterali Italia-Libia.

Non vorremmo dover constatare l’ennesimo danno unito all’immancabile beffa.

Intanto la Polizia lagunare utilizza ancora dei motoscafi di vecchia generazione, che oltre a consumare più carburante, sono soggetti a frequenti interventi di manutenzione e riparazione, e tecnicamente meno efficienti.

Le nuove volanti che da anni a questa parte vengono destinate a Venezia sembrano subire una vera e propria maledizione in quanto non si dimostrano mai pienamente idonee alla navigazione nei canali e l’attesa ormai estenuante di qualche nuova imbarcazione per la Polizia lagunare, è ormai niente più che una pia illusione.

Ma visto l’ottimismo diffuso, nonostante la pessima situazione economica, siamo “Signori” in vena di regali…

Gheddafi, forse ci ringrazierà, i cittadini veneziani difficilmente!

 

 

Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

2/9/2008

CREDERE ALLE FAVOLE

Con grande "trionfalismo" ci viene annunciato che il capo del governo, Silvio Berlusconi, ha siglato un accordo storico con il Colonnello Gheddafi che sancisce la fine delle "incomprensioni" tra Italia e Libia.

Siccome nel nostro paese i salari e le pensioni minime sono tra le più alte in Europa ed il problema abitativo come quello delle infrastrutture non sussiste, ci pare giusto ed umanitario regalare ai fratelli che ci stanno di fronte nel Mediterraneo qualcosa come 5 miliardi di dollari oltre che la realizzazione di abitazioni e di un'autostrada che percorrerà la costa libica, questo mentre la Salerno-Reggio Calabria è una annosa vergogna.
Tutto ciò per cosa: per chiudere il "contenzioso" tra i due paesi, al riguardo dei "danni" portati dalla nostra colonizzazione, che ricordiamola è iniziata nel 1912, 10 anni prima dell'avvento del Fascismo in Italia, mentre fin dal 1902 l'Italia ottenne il consenso da Francia, Austria, Germania e Inghilterra per la conquista di Tripoli.
Già sul finire dello scorso decennio, l'Italia calò le braghe davanti alla Libia, quando rinunciò di fatto a chiedere i risarcimenti economici spettanti agli italiani espulsi dal paese africano, che là dovettere lasciare ogni bene costato decenni di lavoro e sacrifici, come ne più ne meno l'Italia a guida democristiana si piegò alla Yugoslavia quando rinunciò alla sovranità sulle terre d'Istria e Dalmazia, nello sciagurato Trattato di Osimo del 1970.
L'Italia paga le scelte colonialiste che molti altri paesi nel mondo hanno fatto in modo ancor peggiore, perchè per citare qualche esempio, Portogallo, Spagna, Olanda, Francia, Giappone, Belgio, ( loro in Congo hanno ucciso 10 milioni di indigeni e nessuno parla di quell'Olocausto), hanno usato le colonie d'oltremare per i loro interessi commerciali, per non parlare dell'Inghilterra che ha razziato le risorse di mezzo pianeta e schiavizzato i loro abitanti: eppure agli italiani viene ricordato soltanto che siamo andati in Africa a gasare gli etiopi o che il Generale Graziani compiva eccidi in Libia.
Ma ci potranno mai dire quanti morti l'Italia fascista e coloniale ha fatto in Africa, oltre che fare riferimento su filmati di dubbia autenticità di origine, guarda caso, inglese?
Sostengo questo poichè è già stato dimostrato che vari (non tutti) spezzoni di filmati, compresi anche quei "Combat film" che passarono a tarda serata sulla RAI ventanni orsono, erano riprese girate ad arte dopo il passaggio del "fronte".
Per onestà intellettuale e storica, voglio ricordare che sì è vero che Graziani compì degli eccidi, ma al tempo stesso rischiò di finire processato per quegli avvenimenti e con pesanti accuse, su richiesta dello stesso Mussolini.
Sosteniamo che per quei misfatti il nostro paese ha già versato varie volte denaro nelle casse di Tripoli, e che rientrava in uno di quegli indennizzi, il permesso per la realizzazione in Italia della più grande moschea d'Europa (accordi con il governo Andreotti), sorta poi alle porte di Roma senza contare appunto, i beni che i nostri connazionali hanno dovuto lasciare in Libia.
Ma per controbilanciare i fatti, sarebbe altrettanto onesto ricordare al popolo italiano le opere realizzate durante il colonialismo fascista in Africa, perlopiù negli anni che vanno dal 1936 al 1942, nonostante i mezzi del tempo e puntualizziamo, nonostante ogni qualvolta le nostre navi gungevano nel canale di Suez, oltre al pedaggio gli inglesi pretendevano la consegna del 50% del carico: per questo motivo, al tempo Mussolini si rivolse agli Stati Uniti chiedendo di intervenire contro quella iniquità.
 
Ricordiamo pertanto la realizzazione di:  754 scuole,
                                                             44 ospedali,
                                                           127 ambulatori,
                                                             70 infermerie,
                                                            migliaia di edifici (non quantificabili),
                                                       29.000 km di strade,
                                                         2.930 km di rete ferroviaria,
                                                         8.000 km di piste,
                                                            265 ponti,
                                                     307.919 ettari di terra bonificate e coltivate,
                                                         2.088 case coloniche,
                                                         1.688 opere idriche ed elettriche
                                    
ed infine      13.650 aziende industriali e commerciali.
 
Cosa più grande e che da italiano ne vado fiero, 9 giorni dopo la dichiarazione dell'Impero (9 maggio 1936), Mussolini in persona abolì per Decreto la schiavitù in Etiopia, liberando gli schiavi dalle catene, ma anche questo è un aspetto insignificante da far conoscere al popolo... 
Chiudendo, mi soffermo su un dettaglio dell'accordo Berlusconi-Gheddafi, quello inerente l'impegno del Colonnello nel contrastare e bloccare la tratta di clandestini , la maggioranza dei quali partono dalle coste libiche alla volta del nostro paese.
Il ministro leghista Calderoli ha dichiarato che "finalmente si ridurrà e di molto l'immigrazione clandestina" (perchè quella regolare fa comodo anche a lui e alla Lega Nord), noi siamo convinti del contrario.
Ci pare una storiella già sentita, se non andiamo errati già nel precedente governo di centrodestra, quando nel 2004 l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu annunciò in pompa magna la firma di accordi con la Libia che avrebbero portato al contrasto dell'immigrazione clandestina...con i risultati che tutti conosciamo...
Fine degli sbarchi, dei centri d'accoglienza stipati oltre ogni umana decenza, di stranieri illegali in giro per l'Italia?
Sì, se siamo disposti a credere alle favole...
 
Paolo Casadio, FIAMMA TRICOLORE, Federazione di Ravenna.

20/8/2008

LA FIAMMA TRICOLORE CON PUTIN

Vicenza, 20 agosto 2008

La Fiamma Tricolore intende esprimere il proprio sostegno e la propria ammirazione alla Russia di Vladimir Putin, attualmente oggetto di delazioni ed infamie da gran parte della stampa occidentale; molto probabilmente perché rimasta uno dei pochi baluardi pronti ed attenti a salvaguardare i propri interessi nazionali e dell’intero blocco eurasiatico, innanzi ai calcoli geopolitici e strategici degli speculatori internazionali.

La sacrosanta e legittima risposta russa alle prepotenze della Georgia nei territori occupati militarmente, deve essere esempio anche per il Governo italiano, quale dimostrazione di difesa degli interessi nazionali in campo di politica estera.

Naturalmente, i media nazionali e non solo, ci riservano cronache ed immagini che trasmettono solo esclusivamente le difficoltà degli sfollati georgiani, così come fu nel caso dei profughi kosovari, senza però ricordare all’opinione pubblica che da ormai più di qualche anno la Georgia perpetra violenze ed eccidi contro le popolazioni in Ossezia del sud e Abkhazia e, nonostante Mosca abbia sollevato più volte la questione all’Unione Europea e ai media occidentali, fino ad oggi non sembrava argomento degno di interesse.

Probabilmente perché, soprattutto gli eurocrati di Bruxelles, devono ben guardarsi di non ledere gli interessi degli Stati Uniti nel Caucaso, di primario interesse economico e geopolitico, così come lo furono i Balcani, zone nevralgiche finalizzate ad un maggior controllo dell’area.

Nonostante si siano aspettate le Olimpiadi in Cina per muovere l’attacco georgiano, la fiera e degna Russia si è mostrata lo Stato più europeista e, innanzi alle parole poco eleganti espresse a Bruxelles del Segretario di Stato americano Condoleza Rice, circa la reputazione della Russia, va sonoramente replicato che la politica estera imperialista, condotta dalla talassocrazia statunitense, iniziatrice di conflitti e guerre in ogni angolo del globo, non è certo l’emblema da portare a modello.

 

Piero Puschiavo

Segreteria Nazionale

 

14/8/2008

PIU' DA CHE YES

La guerra-lampo, sempre che sia finita qui, della Russia contro la Georgia è stata causata dai continui bombardamenti georgiani in Ossezia e dal conseguente e inarrestabile massacro dei civili osseti. Tbilisi non intende concedere l'autonomia alle regioni che si sono trovate incluse nel suo territorio più per forza che per amore, ovvero Ossezia del sud ed Abkhazia e ha intrapreso imperterrita la pulizia etnica. La Georgia non ha agito da sola: è stata armata e sobillata dagli Usa e da Israele. La provocazione bellica georgiana segue inoltre di pochissimo l'indipendenza unilaterale della narcorepubblica del Kosovo, anch'essa provocata da Washington e Tel Aviv (e si tratta di una repubblica islamica...).

Il tutto s'inquadra nella disperata guerra americana per il mantenimento dell'egemonia mondiale, minacciata dagli sviluppi internazionali degli ultimi vent'anni. Gli scopi di quest'operazione erano due: cercare di tenere sotto ricatto energetico l'Europa e di allontanarla dalla Russia; alimentare lo stato d'animo atto alla creazione dello scudo stellare che la rigetterebbe in modo pressoché definitivo sotto il dominio statunitense.

Primo round perso dagli Usa

Per il momento agli Stati Uniti e ad Israele non è andata bene; non solo sul campo, dove i Russi, intervenuti dopo l'ennesima strage di Osseti compiuta dai Georgiani, hanno spazzato via l'esercito d'occupazione pur rinforzato da commandos di privati schierati da Washington, ma anche nelle relazioni internazionali. Infatti pur avendo fatto ricorso capillare ai soviet d'informazione che vantano nei media occidentali per condizionare l'operato dei politici, gli Usa hanno ricavato ben poco dalle trattative. Il cosiddetto “piano Sarkozy” stilato per la tregua ricalca in modo impressionante quanto proposto dal Presidente russo Medvedev: rispetto dell'autonomia delle regioni minacciate dalla Georgia, ritiro delle truppe georgiane, ipotesi di referendum per l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, interposizione di truppe internazionali dalle quali, almeno stando alla prima versione, non si escludono truppe russe. Si è persino ventilata l'ipotesi che gli Usa non partecipino alle trattative di pace perché, a detta di Kouchner, il ministro degli esteri francese, pur israelita e atlantista doc, sono attivamente coinvolti nelle ostilità.

Disuniti gli uni e gli altri

Il primissimo bilancio (che ovviamente potrà essere ribaltato in qualsiasi momento vista la precarietà del tutto) è di doppio smacco per gli Usa. I quali reagiscono gettando benzina sul fuoco: estromissione ventilata della Russia dal G8 ed eccitazione del partito Nato - convocato un vertice urgente per martedì 19 - nel quale patto militare, sostengono, dovrà essere associato al più presto il membro georgiano; e questo quando altri atlantisti doc, come Frattini o Dini si dicono contrari alla sua inclusione nell'alleanza. E dire che la Germania si oppone con tutte le forze all'allargamento della Nato ad est (ed è merito suo se in Ucraina, malgrado l'adesione al Patto, le tensioni con la Russia si sono assai stemperate). Come i Tedeschi si pronuncia Silvio Berlusconi, da tutti ritenuto americanista doc, il quale mostra perplessità sulla politica atlantista di allargamento Nato e insiste sulla necessità di stringere ulteriori rapporti con Mosca. Esattamente come ha fatto Sarkozy, benché in odore di appartenenza al partito israeliano.

E mentre gli Usa si scalmanano, provando ad aizzare i suoi cavalli di Troia in Europa, primi tra tutti la solita Polonia che apporta sempre sciagure e la Repubblica Ceca, Israele, solitamente più freddo ed intelligente, sembra accettare di buon grado la via della mediazione prendendo, almeno per ora, atto della situazione generale. Del resto la politica di Tel Aviv è molto più sottile di quella americana, realista e spregiduicata. “Se gli Usa riusciranno a far degenerare la crisi - pensano nello Stato ebraico - tanto meglio; se non ce la fanno non ci lasceremo travolgere nella loro sconfitta che potrebbe rivelarsi epocale”.

Come mai l'Europetta?

Le reazioni intrecciate all'aggressione georgiana hanno forse sorpreso gli Stati Uniti; di sicuro tutti gli anti-europeisti convinti per i quali l'Europa dei mercanti non riveste alcun interesse. Come mai, però, questa volta l'Europetta ha detto la sua e non ha cantato in americano? Com'è possibile che ciò sia avvenuto quando la classe politica, quella addetta alle mediazioni e allo spettacolo, è tutta atlantista doc, quando non sia addirittura, come Sarkozy, giunta al vertice per un'azione concordata e pilotata dalle centrali atlantiche?

Si può sorprendere solo chi abbia una concezione superficiale, esteriore e tutto sommato primitiva della politica. Nelle società di stampo mercantile, infatti, sono gli interessi oggettivi (quelli economici innanzitutto) a fungere da struttura mentre la politica spettacolare fa da sovrastruttura. Così quelli che davano per scontata la posizione anti-russa della Ue non avevano fatto evidentemente i conti con i cambiamenti strutturali (e dunque politici) che hanno consentito ai Russi di ottenere un sostanziale sostegno europeo.

Interessi energetici, interessi economici ad est dettano questo genere di politica; altre considerazioni, quali la crisi finanziaria americana e le divergenti direttrici di sviluppo per la fuoriuscita dalla crisi da parte delle due sponde dell'Atlantico dettano questa necessità. Una necessità rafforzata dal potere dell'euro (che da nove anni in qua sta provocando una serie di guerre preventive americane) e dalla crescita politica franco-tedesca cui si è andata aggregando da poco la presenza italiana (una primizia nel dopo Craxi). Al tutto si aggiungano il rapido declino britannico e la costante attrazione della City nella periferia di Francoforte. Possiamo dire, con orgoglio e soddisfazione, che la politica di Mitterrand e di Kohl alla lunga ha dato i suoi frutti. Ma c'è ancora un gap da colmare tra la sostanza e la forma; soprattutto la cultura ideologico-politica che impera in Europa occidentale è ancorata alla situazione antica. Assistiamo così, oggi, a un sorprendente squilibrio tra la sovrastruttura ideologico-informativa e la struttura politico-economica. Grottesca e stridente si è dimostrata nella vicenda l'informazione: a sentire i telegiornali sembrava che la Georgia fosse l'aggredita e che l'emergenza fosse tutta anti-russa. Il paradosso non sta nel fatto che la realtà tangibile ed evidente delle cose fosse diametralmente opposta e riconosciuta anche da diplomatici americani, come lo stesso veterano del Caucaso Carey Cavanaugh (tanto siamo abituati alla menzogna come filo conduttore, alle leggende nere, ai ribaltamenti della verità), bensì che la linea diplomatica intrapresa dai governi europei andasse in direzione assai diversa da quella dipinta dai soviet della comunicazione. Ma questo squilibrio può ingannare le masse e i superficiali, non di certo chi opera concretamente. E gli strateghi del partito atlantico, che non sono quelli delle avventure georgiane ma persone più avvertite, rispondono a questo smottamento continuo, di cui sono ben consci, garantendosi in mancanza di meglio il controllo lobbistico dei politici principali: così facendo non sventano ma rallentano il processo di emancipazione europea e d'intesa eurorussa (che tra l'altro sono stati i temi principali toccati da Berlusconi immediatamente dopo la vittoria elettorale) e tutto resta così ancora possibile. La partita insomma si gioca nel cuore della Piccola Europa in cui non c'è ancora corrispondenza tra la sostanza (che c'è) e la sovranità (che ancora non c'è).

Come Cicerone che proprio non capì

Gli anti-europeisti per partito preso ci dicevano che l'Europa a una voce avrebbe parlato per forza americano; che dotarsi di una politica comunitaria unificata avrebbe significato obbedire al Pentagono. E invece la prima volta in cui l'Europetta ha espresso, di fatto anche se non ancora di diritto, una sua politica estera se n'è infischiata della voce dei piccoli (tutti pro-americani i micronazionalismi...), li ha ignorati e ha seguito la linea tedesca. Certo, è da vedere come resisterà alle pressioni e ai ricatti di parte americana la settimana ventura al vertice Nato cui si troverà, come ben sanno gli Usa, senza la guida franco-tedesca ma, al momento, la scelta di campo è chiara e ha deluso la Casa Bianca. Alla prima prova dei fatti è apparso chiaro che l'anti-europeismo, sbandierato nel nome di sovranismi nazionali del tutto nominali, irreali, inattuali, non concreti, non possibili se non come valvassinaggio, non solo è sterile reazione ma è un fattore di attrito molto gradito oltreoceano. Solo chi ha una concezione inerte della storia, una visione primitiva della vita, una percezione superficiale e spettacolare della politica, del resto può liquidare un fenomeno in potenza, quale l'europeo, come qualcosa dall'esito scontato, può rifiutare a priori di battersi per condizionarlo, abbarbicandosi invece in difesa di barricate immaginarie già travolte oltretutto da quel dì. E' fare come Cicerone o Catone l'Uticense che, per mantenere a ogni costo una vecchia concezione di Roma, le stavano impedendo non solo ogni avvenire imperiale, ma ogni possibilità di tenuta. Molti anti-europeisti sono sicuramente animati da un buon sentimento ma non c'è in loro alcun senso dei tempi, alcun gusto della sfida, alcuna volontà di potenza. E, per giunta, i fatti sono lì a dimostrare che le stesse valutazioni che danno delle cose, delle dinamiche, delle evoluzioni politiche, sono complessivamente sbagliate; le verifiche danno loro quasi sempre torto, né potrebbe essere diversamente.

Thiriart + Corridoni

La lezione che dobbiamo trarre da questa storica, anche se forse passeggera, soluzione della crisi osseta è che si deve iniziare a ragionare in termini europei, ad agire in spazi europei, mirando alla possibilità di potenza, dunque d'indipendenza. Bisogna condizionare quello che si muove invece di passare il tempo a controbattergli quello che va in decomposizione. Non ha senso dire “quest'Europa non ci piace” se invece di costituirne apertamente un'altra (Nazione delle Patrie) le si contrappone un'Italia (o una Spagna, o una Francia) che, così com'è, ci piace ancor meno e che, soprattutto, è più suddita e non ha alcuna prospettiva di uscire dalla sottomissione: si agisca anziché lamentarsi! Questo non solo per andare in pressing sulle espressioni politiche del Vecchio Continente in unificazione, in modo da aumentarne il desiderio di autonomia e spingere un po' più in là le relazioni organiche con la Russia (il che significherebbe anche rinnovarle per completo le rappresentanze politiche), ma anche per riprendere ed attualizzare l'ideale nazional-europeo anticipato magistralmente da Jean Thiriart. E il tutto va collegato con l'ideale sindacalista rivoluzionario diretto di Sorel, Corridoni e Ledesma Ramos, in una logica di corporazioni europee che consenta il superamento del liberismo operando e andando a battaglia e a trattativa laddove ci sono possibilità di soluzioni economiche reali perché, a differenza dei micro-feudi nazionali, c'è potere economico effettivo. Si tratta di un'azione di riconquista sociale che s'innesta su quella di riconquista nazionale. La strada è aperta, bisogna lastricarla; in ogni caso quanto accade dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi ci dimostra che prenderla o meno dipende solo da noi. E questo è il problema: non l'unico ma il principale.

Gabriele Adinolfi

 

10/8/2008

MORIRE PER DANZICA

La guerra che vede contrapposte Russia e Georgia in Ossezia del Sud può anche degenerare. Lo può perché sono in gioco gli interessi strategici di Russia e buona parte d'Europa da un lato, di Usa e Israele dall'altro. Lo può perché la crisi internazionale è tale che una possibile via d'uscita, almeno da parte americana, può essere individuata proprio in un conflitto mondiale.

Le guerre mondiali iniziano d'estate. La Grande Guerra scoppiò il 3 agosto, il Secondo Conflitto Mondiale fu dichiarato da Francia e Inghilterra alla Germania il 3 settembre.

Impressionanti sono le analogie con il casus belli dell'epoca. Danzica, città tedesca a statuto speciale, inserita in un territorio artificialmente assegnato alla Polonia con il Trattato di Versailles, non faceva che subire vessazioni e violenze. I soldati polacchi assassinavano, torturavano, mutilavano i civili tedeschi. La Germania cercò un qualsiasi accordo per salvare i Tedeschi in balìa dei pazzi genocidi. La Francia e l'Inghilterra colsero invece l'occasione per aizzare ulteriormente i polacchi. Volevano la guerra; del resto il Council of Foreign Relations, la branchia americana della britannica RIIA, ossia il vero e proprio governo privato della politica estera americana degli ultimi sette decenni e mezzo, si era costituito nel 1933 con lo scopo dichiarato di preparare la guerra alla Germania. Dopo l'ennesimo ultimatum disatteso, il 1 settembre 1939 Berlino intervenne a salvare Danzica; con sorprendente ipocrisia Parigi e Londra ignorarono le cause che avevano indotto il governo tedesco a intervenire e parlarono di “aggressione”, dichiararono la guerra alla Germania con la scusa di voler salvaguardare l'integrità territoriale polacca, salvo poi evitare di reagire all'invasione sovietica della Polonia dell'est, che oltretutto era, essa sì, etnicamente polacca. Da quel giorno in poi rifiutarono categoricamente qualsiasi trattativa di pace, anche le più favorevoli: volevano la guerra, l'avevano provocata e aspettavano soltanto che si concludesse con tutta la distruzione che avrebbe comportato e che i signori della pace avevano disegnato a tavolino.

Corsi e ricorsi

Corsi e ricorsi: da quando la situazione internazionale si è mossa rendendo gli interessi energetici ed economici europei – specialmente tedeschi, ma anche italiani – abbastanza complementari a quelli russi, i guerrafondai (nello specifico israeliani e americani) hanno armato secessionisti pazzi e fanatici, come quelli che hanno tenuto in ostaggio la scuola elementare a Beslan (Ossezia del nord) macellando bambini e genitori. Hanno creato un cuneo antieruopeo e antirusso di targa islamica (Kosovo, Bosnia, Cecenia) e hanno fatto infuriare il conflitto nella zona della Georgia.

Ostentando disarmante familiarità con la menzogna, i portavoce dei guerrafondai, come l'inossidabile Miss Rice, attribuiscono la responsabilità dell'accaduto alla Russia e tacciono quanto è avvenuto in queste settimane: attacchi alla Russia dalla Georgia con droni israeliani, bombardamenti dell'Ossezia del sud (la regione russa sottomessa alla Georgia: altra analogia con Danzica). L'8 agosto, mentre il mondo mentiva a se stesso celebrando le Olimpiadi della vergogna, i Georgiani macellavano con l'artiglieria un ospedale della capitale sud/osseta facendo numerose vittime tra malati e civili. Era il momento culminante di un'operazione aggressiva compiuta da Tbilisi con il sostegno e il suggerimento dei suoi alleati. Tbilisi si attende dai suoi protettori qualche cosa di più, visto che chiede agli Usa d'intervenire militarmente contro la Russia.

Perché la situazione precipita

Perché la situazione sta precipitando? Le ragioni sono innumerevoli; vanno ricercate innanzitutto nella continua perdita di terreno dell'egemonia americana, minacciata dalla crescita asiatica, dalla rinascita russa e dalla forza dell'euro. Per provare a salvaguardarla la Casa Bianca ha scatenato una serie di guerre preventive, inaugurando la serie nove anni fa contro Belgrado, ma i risultati non sono stati entusiasmanti. Peggio: gli Usa hanno addirittura perso il sostegno dell'Arabia Saudita che non solo è diventata una buona collaboratrice del Cremlino (vedi l'ultimo Orientamenti & Ricerca) ma ha frenato il sostegno islamico al cuneo immaginato in Europa dal partito atlantico, al punto che ben pochi paesi musulmani hanno riconosciuto la narco/repubblica del Kosovo. La politica di ricomposizione putiniana ha poi permesso a Mosca di non perdere, anzi di recuperare le influenze nell'Asia Centrale verso la zona chiave identificata dal santone della politica americana, il navigato Brzezinski. Qui la Russia ha finito con il coinvolgere strettamente gli interessi tedeschi tanto che all'ultimo vertice dei Paesi di Shanghai la Germania è stata presente mentre la Cina (che è più propensa a schierarsi fattivamente con Washington che non con Mosca) lo disertava. Intanto gli accordi energetici ad ovest sono sempre più stretti. Persino l'Italia parla oggi ufficialmente di una partenrship stretta con la Russia, cosa inimmaginabile solo pochi mesi orsono. E non è tutto: l'accordo promosso da Berlusconi con Putin, lo stesso accordo che due anni fa gli era costata la rielezione sventata da sospetto broglio, verte sulla costruzione del gasdotto South Stream che rende l'Europa indipendente dal monopolio atlantista. Tale gasdotto è in progetto e sembra aver vinto la concorrenza di quello di nome Nabucco, ideato da Israeliani e Americani che punta, al contrario, a staccare l'Europa dalla Russia e a mantenerla sottomessa. Ovviamente la propaganda che ci viene proposta afferma il contrario, e cioè che se quest'ultimo venisse edificato noi saremmo più indipendenti! Di certo è plausibile che i giornalisti, imboccati, neanche sappiano di cosa parlano; chiunque abbia un minimo di conoscenza in materia se afferma qualcosa del genere non solo è bugiardo ma è ridicolo. Il Nabucco in ogni caso passerebbe per la Georgia.

Guerra o pace

Non si tratta di tifare né d'identificarsi. Non si può neppur prender partito sulla base delle analogie storiche le quali – se ci riferiamo non già ai sistemi e alle idee ma ai comportamenti esteri – sono comunque sorprendenti: Usa e Israele hanno assunto i ruoli di Francia e Inghilterra, la Russia è nelle condizioni della Germania e la Cina veste i panni dell'Urss. Non è questo che conta, non lo è neppure la scelta dei modelli e degli spazi di libertà che, se non ci si lascia ipnotizzare dai luoghi comuni, sono comunque assai maggiori in Russia che in Usa o a Tel Aviv. Neppur si può parlare di giustizia ché, come ben noto, quando la situazione prende fuoco, raramente è da una parte sola.

Si deve allora ragionare in termine di interessi nazionali ed europei. Questi sono evidenti: se proprio la guerra dovesse infuriare bisogna augurarsi che la vincano i Russi. Poiché però la guerra serve soprattutto se non esclusivamente a permettere alla potenza declinante di mettere in discussione e in pericolo la nostra ricrescita dopo oltre sette decenni di sottomissione, quello che c'è da augurarsi è che si riesca ad imporre la pace; una pace che permetta a Mosca di garantire lo spazio vitale e l'incolumità agli osseti, da troppo tempo carne di macello designata da chi gioca a Risiko e a Monopoli mentre la gente muore. E che puntualmente si scandalizza e fa la morale a buon mercato facendo passare per brutale e malvagio chiunque ne ostacoli i piani di democraticissimo saccheggio.

Gabriele Adinolfi

 

28/7/2008

NESSUNO RICORDA

Come di consueto, quando si parla di “crimini di guerra”, le reazioni del mondo politico internazionale sono spesso concordanti, soprattutto se si tratta di fenomeni contrastanti all’imposizione della “democrazia universale” alla quale tutto viene concesso o mascherato. E anche in questo caso si è gridato “giustizia” unanime dopo l’arresto di Radovan Karadzic, senza che nessuno abbia ritenuto opportuno sostenere che, l’ex leader serbo, è stato uno dei maggiori difensori della propria sovranità politica e di conseguenza del proprio popolo. La Fiamma Tricolore che da sempre rivendica la sovranità dei popoli, condanna la campagna diffamatoria, contro Radovan Karadzic che attraverso l’accusa del “criminale di guerra” lo rende un mostro agli occhi del mondo.

Nessuno però ricorda il genocidio etnico subito dalla popolazione serba in Kosovo (oggi indipendente) e degli annessi crimini dell’UCK, nonché i bombardamenti statunitensi della forze NATO in territorio serbo, tutt’altro che chirurgici visto che tra gli obiettivi colpiti ci fu pure l’ospedale di Belgrado dove venne distrutto pure il reparto maternità, testimoniato anche in un agghiacciate video di Padre Benjamin, mai trasmesso dai media italiani, perché boicottato da “direttori” come Maurizio Costanzo e Lucia Annunziata.

Attendiamo quindi il processo presso il Tribunale dell’Aja, e anche se con forti dubbi auspichiamo sulla sua imparzialità come richiesto pure dal Governo russo.


Piero Puschiavo

Coordinatore Regionale del Veneto

Fiamma Tricolore

 

18/7/2008

ANALISI

L'analisi leninista riassume quanto sta accadendo oggi nel mondo al confronto tra quattro fattori. Ossia: l'irruzione della Cina; l'ascesa dell'Asia; la potenzialità dell'Europa Unita; il caos del mondo unipolare con l'abdicazione degli Usa dal ruolo di prima potenza. (La Russia che in quell'ottica è vista alle prese con tutti i fattori di squilibrio ritnego meritrerebbe comunque di esser messa anch'essa in rilievo).  Giustamente per quell'analisi, che in ciò raggiunge il punto di vista di altri osservatori, tra i quali il sottoscritto, la guerra in Iraq (e probabilmente tutto quanto è susseguito alla tragica messinscena delle Twin Towers) è stata una guerra di difesa preventiva, mossa dagli americani al tempo stesso contro tutti, per poter trattare da posizioni di relativa forza i tempi e i modi del loro parziale declino.

Mussolini, Lenin e il gap

Non sono un leninista e non ritengo che quella forma mentis possa essere esaustiva o esatta, non sto quindi cercando di indurre chicchessia a lasciarsi sedurre dal pensiero del rivoluzionario che pur preferì sempre Mussolini ai comunisti italiani. Le analisi, a mio parere, non possono limitarsi al materiale e men che meno farsi imprigionare da una serie di profezie incentrate sulla necessità travolgente delle dinamiche. La presunta scientificità leninista lascia a desiderare ma ha di buono che, se non altro, affonda lo sguardo con metodo e meticolosità. Ciò è insufficiente se si paragona ad uno sguardo più complesso, che coinvolge anche il metafisico, ma in mancanza di questo fornisce se non altro alcuni scorci che non si dovrebbe evitare di osservare con la dovuta attenzione.
Fino a qualche decennio fa le analisi dei mussoliniani erano di certo migliori e più innovative di quelle dei leninisti ma per ragioni da definire (che personalmente sospetto di conoscere) queste oggi ristagnano in rielaborazioni di schemi datati. Sicché assistiamo al pietoso spettacolo di una sinistra niente affato leninista che vegeta in radicalismi parolai di estremismo civico, ad una destra s/radicale che resta inchiodata a percezioni della realtà oramai vetuste mentre solo dalle classi dirigenti e dalle loro faglie affiora qualche barlume d'innovazione e d'intelligenza. Questo è un gap che dev'essere assolutamente colmato se non si vuole cessare di esistere se non come tatrino dei burattini nei parchi di divertimento.

Alcuni spunti di riflessione

Non intendo cimentarmi per ora in un documento (direi che Sorpasso Neuronico per qualche anno basta e avanza) né pretendo di risolvere il tutto con un semplice articolo. Mi limito quindi a proporre qualche spunto di riflessione. In primis: nelle aree antagoniste non si è ancora maturato il concetto della relativa retrocessione americana; si confonde troppo spesso globalizzazione, imperialismo e Usa. Il che non aiuta né a identificare gli eventi in corso (con tutte le loro potenzialità intrinseche) né a individuare il problema e la posta. Secondo: c'è una confusione tra l'irruzione della Cina e l'ascesa dell'Asia, elementi non necessariamente connessi. Terzo: da qualunque parte si finisca col posizionarsi, l'irruzione cinese (confusa con l'ascesa asiatica) viene vista come una minaccia all'Occidente e spinge allora o a difendere quest'Occidente a tutti i costi o a sperare che i gialli si sbrighino a disintegrarlo. A prescindere dalla puerilità di queste prese di posizione "tifose" va detto che esse sono un po' mutile e pur di sostenersi cancellano frettolosamente dal quadro tutta una serie di elementi che mostrerebbero quanto la dinamica sia complessa, i rapporti d'interesse tra i vari soggetti  intricati e contraddittori.
Che si difenda l'Occidente aggredito o che ci si esalti per la sua fine apocalittica si è in pieno nelle paturnie della borghesia sradicata e non certo nelle vesti di un'avanguardia.
Quarto: si sottovaluta completamente il fattore Europa, lo s'interpreta, con qualche forzatura, come un'espressione della volontà americana e dell'antisovranismo.
L'importanza che questo soggetto avrà nel modo in cui si riequilibreranno (o si scontreranno anche in guerra mondiale) le diverse potenze viene trascurata. Si pone l'accento e la priorità sulla critica sociale e ideologica alla UE senza pensare al valore potenziale delle forze in movimento. Ed è così e per questo che non si dà la dovuta importanza a certe linee di tendenza, che si confondono tra loro come fossero la stessa cosa i Tremonti e i Sarkozy. Per la medesima ragione non s'identificano gli schieramenti in conflitto nell'Europa dei mercanti; non si cerca in qualche modo di pesare, ci si lava le mani urlando insulti o paventando la saggezza di chi ha capito tutto e, proprio perché avrebbe capito tutto, nulla fa e in nessun modo combatte.

Sveglia!

Le analisi di qualche decennio fa, quelle su cui s'improntò la parte PREpolitica e per certi versi ANTIpolitica che si chiama molto impropriamente dr non sono state aggiornate. Oggi che siamo in blitzkrieg ci si ostina a difendere Verdun aspettando che ci piova addosso l'artiglieria. Ma intanto si fanno belle previsioni apocalittiche sulla fine dello Stato Maggiore, dell'Esercito, della Nazione e della guerra.
Il mio invito è quello di destarsi dal torpore, di scrollarsi di dosso le condensazioni dogmatiche e ideologiche scaturite dall'interpretazione delle analisi di trent'anni fa e riprendere a ragionare. Per un rinnovato nazionalismo (che non può non essere, qui da noi almeno, europeo); per riconoscere le faglie e per allargarle. Il mondo attraversa un periodo di crisi; forse è una crisi di assestamento ma prima che si assesti tutto si muove. Come non cogliere l'occasione per contrapporre fattualmente le autonomie alle eteronomie, lo spirito guerriero alla quiete mercantile e matriarcale, la libertà alle imposizioni delle società matrigne? (Imposizioni e priviliegi che oggi sono messi in discussione dalle eversioni legali dei regimi populisti!).
In poche parole:  via tutti  i preconcetti e ripartiamo da acume e volontà di potenza!

Gabriele Adinolfi

8/6/2008

"NUDI ALLA META"? NO AVVOLTI NELLA BANDIERA ISRAELIANA

Ho già scritto della pessima accoglienza riservata ad Ahmanijead dai "3 Grandi che siedono a Roma". Ai limiti della scortesia diplomatica. E della manifestazione, promossa dal "Riformista" contro il Presidente iraniano, che ha mobilitato alcune centinaia di persone: molti ebrei e molti "pecoroni" del PdL e del PD, pronti a farsi circoncidere per compiacere i loro "fratelli maggiori". Il tutto perché Ahmanijead esprime concetti ostici.

A giorni arriverà a Roma George W. Bush e state certi che i "3 grandi che siedono a Roma", ebrei e "pecoroni" del PdL e del PD gli si faranno incontro scodinzolanti. Malgrado sul capo dello "intelligentone avvinazzato" penda l’accusa di avere avviato, contro l’Iraq, una guerra ingiustificata ed ingiustificabile. No, non lo dico io; ma lo sostiene una commissione mista del Senato americano. E il "Corriere" scrive testualmente: "Bush esagerò deliberatamente le informazioni fornite dall’intelligence per giustificare l’intervento armato in Iraq" (1).

Ma cosa volete che si sia? I "nostri" scodinzolano appresso agli "USA liberatori", gli USA scodinzolano appresso ad Israele. E il tutto (guerre, massacri e genocidi) viene fatto a gloria di Jahvé. Ragione per cui anche Benedetto XVI partecipa alla manfrina.

***

Solo che l’antico saggio ammoniva: "Jahvé fa le pentole, ma è il Buon Dio che fa i coperchi". Succede, dunque, che, implosa l’Unione Sovietica, gli USA hanno tentato di farsi "gendarmi del mondo". E si parla apertamente di "Impero americano". Solo che, assatanati dalla cupidigia, non sanno porre freno alle rapine ai danni dei popoli tutti. E molti si ribellano. Costringendo gli USA e i loro lacchè a spendere montagne di soldi per imporre il loro "ordine democratico".

Succede anche che il petrolio che, a inizio del 2003, costava 30 US$ oggi viaggia verso i 140 US$ (2), ponendo problemi alla economia mondiale. Ovviamente, ne soffrono i paesi consumatori e se ne avvantaggiano i paesi produttori. E così delle guerre, portate avanti per "esportare la democrazia" e rapinare i popoli delle materie prime, si stanno rivelando catastrofiche per gli aggressori ed una manna per gli aggrediti.

E’ possibile che lo "Occidente" imploda e, dalle sue ceneri, nasca un ordine multipolare. Nel frattempo godiamoci la burrasca. E il panico dei tanti pecoroni che, fidando in Jahvé, si erano scordati che il Buon Dio, "Padre degli Dei e degli uomini", era più intelligente di Jahvé. Anche perché più giusto e più generoso.

Antonino Amato

 

13/4/2008

PERCHE' STO CON IL TIBET

Un popolo abbandonato a se stesso, in preda ai suoi feroci occupanti, che non può contare che sulla sua determinazione per non essere sterminato, detta e merita simpatia, solidarietà e sostegno. Questo vale per qualsiasi popolo angariato e oppresso, che si tratti dei tibetani, dei karen o dei palestinesi. Non esiste, non può esistere, uomo libero e degno di chiamarsi tale che, a meno di essere direttamente coinvolto in quanto appartenente per sangue alla nazione dominante, possa reagire altrimenti nella tragedia. E questo è il primo dei motivi per il quale mi batto oggi per il Tibet, e perché ero domenica in piazza con i tibetani insieme con Casa Pound ed almeno altre quattro associazioni di area nr che mi riservo di nominare ché non so quanto gradiscano la pubblicità.
Nel mondo del materialismo scatenato, del razionalismo irrazionale, della bulimia informe e globale, ogni legame con lo spirito, ogni espressione della Kultur, ogni reminiscenza del sapere va imperativamente sostenuto: è una questione di essenza, pena l'accettare di vagare tra la culla e la tomba come larve che non vivranno mai.  E questoè un altro dei motivi per il quale ho accolto immediatamente il richiamo del Tibet, già punto di riferimento negli anni Trenta e Quaranta per le forze che diedero vigore alla rinascenza europea.

Non c'è due senza tre

Quanto esposto basta e avanza e lascia perplessi il fatto che oggi ci sia qualcuno per il quale non basti e non avanzi. Ma tant'è: l'infezione della teologia marxista ha lasciato il segno ed ha fatto accettare come reale il dualismo artificiale che è fondamento dei suoi dogmi. Fu questo dogmatismo acefalo che lasciò credere ai più che esistesse un'alternativa tra Usa e Urss, tra capitalismo e comunismo e che oggi si ripropone in altre forme, anch'esse ingannevoli: Islam o Atlantico; Sud o Nord; Occidente o Anti-occidente; fino alla ripetizione quasi identica dello schema originale con un Cina o America. Tra i due poli di queste dualità c'è stata sempre, e c'è ogni giorno di più, una complicità che supera la rivalità. Accettare lo schema di conflittualità, in qualsiasi schieramento ci si ponga, significa soccombere; significa rafforzare i due elementi che si nutrono della debolezza dei popoli e, soprattutto,  rinunciare a sognare - e a segnare! - un destino. Sempre bisogna sfuggire a questa morsa per affermare una Terza Posizione.

Yankees e marxisti

Sembra impossibile, eppure c'è chi critica sia la scelta per i karen sia quella per i tibetani in quanto, dando per scontato il dualismo di cui sopra, e considerando comunque gli Usa il peggiore dei mali, preferisce far torturare e schiavizzare gli uomini, far sterminare i popoli, far cancellare le civiltà, piuttosto che condividere il campo critico con gli odiati yankees. Di per sé questo ragionamento è idiota, eppure, forse perché, da tempi non sospetti e davvero controcorrente, vado affermando che gli Usa sono il principale centro dell'Anti-Europa, riesco ad essere indulgente con tanta avventatezza che, se non altro, preserva da "pragmatiche" contaminazioni. O meglio preserverebbe, perchè le contaminazioni si producono ugualmente mediante l'attrazione verso il presunto opposto che non è meno inquinato da agenti provocatori e da quadri irrigimentatori di quanto lo sia lo stesso partito atlantico doc. Malgrado l'indulgenza di fondo non posso però non restare sbigottito dalla mancanza di ancoraggio positivo di queste idiosincrasie. Ancora una volta a determinare i quadri in cui si muovono le scelte critiche di presunti irriducibili sono gli schemi del marxismo più banale e più becero che, neanche a dirlo, non corrispondono al vero.

Usa e Cina

Chi crede che gli americani siano anticinesi, o più propriamente che i centri di potere americano siano anticinesi, non ha ben presente la realtà. Confonde di certo il fatto che l'americano medio, come l'europeo medio, possa sentirsi ferito nell'orgoglio dalla crescita  gialla con l'orientamento degli Usa che contano. I quali debbono a Pechino sia il ritardo del crack della loro economia, sia il salvataggio del dollaro, sia il rinvio dell'affermazione dell'euro come valuta di scambio internazionale in una nuova Bretton Wood. E fanno dichiaratamente conto sulla locomotiva cinese per affrontare la combinazione di stagnazione e recessione che paventano di qui a pochi mesi con tanto di previsioni catastrofiche sul piano finanziario. E questo senza mettere in conto né la complicità che li lega da tre decenni abbondanti nella gestione mondiale del traffico di eroina né i legami che hanno sul piano degli armamenti in una triangolazione Washington - Tel Aviv - Pechino sempre più rodata. Certo, non mancano ragioni di attrito e di preoccupazione ma al momento prevale la concordanza d'interessi, Il fatto è che, nel sistema globale, oggi stanno un po' tutti con tutti essendo, al contempo, rivali di tutti. Ma se una qualche demarcazione di massima si può cogliere, essa vede la Russia e l'Europa, ciascuna per conto proprio, sulla linea di tiro. Ed è proprio l'Europa, semmai, in un misto di interessi e rivalità, a distanziarsi dalla Cina nella misura in cui gli Usa invece le si avvicinano.

Lo sviluppo europeo

L'Europa occidentale gioca la sua partita, e spera di sopravvivere alla crisi che incombe - e magari di uscirne addirittura rafforzata - spingendo la sua influenza contemporaneamente verso il vicino est (le repubbliche dell'area sovietica) sia verso il vicino sud (nord Mediterraneo e Turchia). Conta di fare delle sue periferie in crescita l'alternativa alla locomotiva cinese e la garanzia della sua affermazione di potenza. Singolare è il fatto che le linee di sviluppo europeo che sembrano materialmente promettenti siano le medesime che avevano scelto gli "aborriti regimi". Ovviamente lo spirito, essendo capitalista, ne è inverso ed allora anche i fenomeni sono obbligatoriametnte inversi, così come lo sono i flussi di capitale e di colonizzazione. Ma questo, che pure è un elemento centrale in quanto determina o la civiltà o l'inciviltà, è un altro canto. Restando nello specifico, è semmai in Europa che una critica alla Cina fa gioco, non in Usa. E le prese di posizione lo attestano: gli Usa hanno cancellato la Cina dalla lista dei"cattivi" e finora hanno solo proposto con la Clinton di boicottare la cerimonia d'inaugurazione delle Olimpiadi, e Bush ha risposto che ci penserà: non è molto. Gli statisti europei invece hanno chi più chi meno alzato la voce. Col che non voglio pretendere che schierarsi contro la Cina sia positivo in quanto "europeista"; penso di quest'Europa più o meno quello che penso degli Usa, della Cina, di Israele o dell'Iran. Ma ritengo opportuno ribadire che l'equazione pro Tibet = pro Usa è assolutamente infondata; per gli americani il Dalai Lama è oggi ingombrante come lo Scià di Persia lo era trent'anni fa e non vedono l'ora di liberarsene nello stesso identico modo.

Il pensiero e l'aratro

Chi pretenda di premettere alle motivazioni del cuore le ragioni del calcolo e chi metta in cima a queste l'antagonismo contro lo Zio Sam dovrebbe quindi darsi una ripassata, tanto di storia quanto di cronaca. Questo comporta però una totale revisione del pensiero e dei suoi schematismi, con l'abbandono completo dei pregiudizi derivati dal marxismo dozzinale. Se c'è qualcosa da prendere dal pensiero rosso questa è la volontà di potenza unita al metodo del leninismo,  è la capacità di unire pragmatismo a strategia, non è certo la teologia incapacitante della tradizione comunista né l'isteria infantile dei centri sociali, delle femministe, dei piagnoni di ogni sorta, dei fabbricatori di anatemi. Altrimenti, se e quando le condizioni storiche lo permetteranno, se e quando la crisi consentirà di porre al centro l'ipotesi di una nazione e di una sovranità incentrate in Europa, anziché giocarci i nostri destini staremo a parlare acidi dei nostri ombelichi: saremo come i socialisti dopo Vittorio Veneto quando l'avvenire non può essere che nelle mani di chi pensa e agisce come Mussolini, con il coraggio, la spregiudicatezza, la genialità che aiutano l'uomo, padrone di sé e non schiavo dei suoi preconcetti, a tracciare il solco con l'aratro e a difenderlo con la spada.

Mutanti

Questo per tutti coloro ai quali non sta mai bene niente; o più esattamente a cui non sta bene niente che sia in camicia nera; perché non solo hanno maturato un ingiutificato complesso d'inferiorità ma non ne sono guariti mai. Non hanno il coraggio morale di abiurare, il che per molti sarebbe più onesto, e cercano allora di sminuire quello che fanno gli indefessi per giustificare  la loro inattività, cioè il loro oscillante peregrinare verso lidi di cervellotiche utopie rivoluzionarie. E finiscono col giustificare se stessi solo e sempre con l'abbassamento degli atti altrui. Tanta piccolezza non stupisce, si accompagna sovente alla stanchezza esistenziale, alla decomposizione, all'accidia spirituale. E si tramuta in predicazioni mortifere che vanno fino alla creazione di mostruose e ibride forme di vestali farisee. A questi mutanti, che sono comunisti mancati, a questi mutanti ai quali va bene qualsiasi cosa facciano la Cina, l'Iran, le Brigate Rosse, l'ultrasinistra, e che sono così critici verso il fascismo e  tutti quelli che hanno vissuto e vivono, che hanno pagato in proprio e continuano a pagare la passione che accese milioni di europei, a questi mutanti che si allineano sempre e con celerità da record ai nostri calunniatori,  a questi mutanti che battono le mani a chi vuol rimuovere dai paesi baltici le statue delle nostre armate e rimetterci quelle dei sovietici, a questi mutanti che non fremono per le persecuzioni dei tibetani perché "sono fatti di politica interna(!)", a questi mutanti che ogni giorno sputano le loro sentenze tanto perentorie quanto oblique; ebbene a questi mutanti noi vogliamo dire che ci hanno rotto i coglioni!

Dove sventolano quei simboli

Oggi è d'attualità la tragedia tibetana e nessun uomo libero, nessun uomo degno, nessun uomo  può ignorarla. Lasciarla strumentalizzare dai professionisti dell'imbavagliamento e da quelli del travestimento, cioè dai Pannella e dalle sinistre arcobaleno, sarebbe quanto di più sbagliato si possa fare; non solo perché noi ci riconosciamo nella lunga lotta tibetana ma  perché sappiamo che se a rappresentarla ci si mettono quei signori essa non può che esserne gravemente danneggiata, banalizzata, neutralizzata.
Per noi batterci per il Tibet è imperativo, sia per lo stesso Tibet sia per la nostra identità Perché noi siamo karen, noi siamo tibetani, noi siamo palestinesi, noi siamo europei, noi siamo latinoamericani. Noi siamo e saremo sempre per la libertà dello spirito e per lo spirto della libertà; noi siamo e saremo sempre dove sventolano i simboli della solarità; noi siamo e saremo sempre con tutti i popoli che combattono e ci alzeremo a difenderli contro gli individui, i gruppi, le oligarchie che si appropriano delle loro lotte per ingessarle e mummificarle in una gestione da clero degli scriba. Noi siamo e saremo sempre per l'affermazione dell'uomo e non per la sua sottomissione a dogmi, a schemi, a pregiudizi, a catene, e men che meno a patenti di validità.
Per questo laddove c'è un conflitto di civiltà noi c'identifichiamo e se possibile ci siamo, anche concretamente. Per questo siamo scesi in piazza domenica e non la chiuderemo lì.
Col Tibet, per il Tibet; noi, per noi.


Gabriele Adinolfi

10/4/2008

E LO "EBREO SUSS" SCRISSE "BLA BLA BLA"

L’ebreo Bernard Henry Levy scrive oggi un articolo che non so definire . Vediamo di commentarlo assieme.

Si parte con una notizia. Estrapolo dal "Corriere": "Un sottoprefetto.. si è appena dovuto dimettere, su ordine del ministro degli Interni, Michelle Alliot Marie. Il motivo? Trasgressione al dovere di riserva che devono osservare i servitori dello Stato". E fin qui c’è da sottoscrivere. Solo che l’articolista va oltre.

E ci fa sapere in cosa consisteva la colpa del sottoprefetto dimissionato: "parlava di Israele come l’unico Stato al mondo in cui i cecchini abbattono le ragazzine all’uscita da scuola e dove i centri di tortura fanno un giorno di riposo, il sabato, a causa dello Shabbat". E qui osservo che questo signore dichiara cose orribili. Ma, poiché è un "pubblico ufficiale" ha violato la "consegna del silenzio". E pertanto niente da eccepire sulla sua rimozione.

Ad essere pignolo, mi chiederei se "le cose orribili, dette su Israele, sono vere oppure no". Solo che Bernard Henri Levy è pignolo, ma è un "pignolo giudeo". E, pertanto, non si chiede "se quelle cose orribili dette su Israele sono vere oppure no" ma va alla cerca di una "rete di critici di Israele". E nota che tutti coloro che sono critici verso Israele sono anche critici verso Sarkozy. E che qualcuno accenna alla "nonna ebrea di Salonicco". Che Sarkozy stia completamente stravolgendo la politica che la Francia ha praticato da De Gaulle a Chirac non importa. Importa che ci sia gente che critica Sarkozy. E spieghi il capovolgimento della politica francese con la "vecchia nonna ebrea di Salonicco". Insomma: il capovolgimento della politica francese c’è, la nonna ebrea di Salonicco c’è. Ma dirlo significa fare dello "antisarkozismo". Epperciò dello "antisemitismo". Miserie, perfide miserie.

***

C’è un punto sul quale Bernard Henri Levy mette il dito sulla piaga. Quando osserva che taluni gridano contro i crimini degli USA e di Israele, ma tacciono sui crimini della Cina, della Russia e/o di altri. Su questo riconosco la giustezza dell’osservazione. Solo che io peserei la "quantità della comunicazione" favorevole agli USA e ad Israele con la "quantità di comunicazione" critica verso gli USA e verso Israele. Vogliamo dire che c’è una disparità di 99% a favore di USA ed Israele e di 1% critica verso USA ed Israele?

Aggiungo: siamo alluvionati dai pianti che ci narrano la lacrimevole storia degli Ebrei, raminghi e perseguitati dal 70 d.C al 1945 d.C. E andrebbe accertata quanta verità sta dietro quei pianti. In ogni caso, desta curiosità; desta curiosità e meraviglia; desta curiosità, meraviglia e sdegno il fatto che, quando gli Ebrei impugnano le armi ed amministrano una porzione di territorio, si comportino verso i nativi in maniera efferata.

Su questo convengo che un crimine commesso dai Cinesi, dai Russi e/o da altri suscita meno sdegno di un crimine commesso dagli Ebrei/Israeliani. Ma mi meraviglia che l’ebreo Bernard Henri Levy si meravigli. Perché Cinesi, Russi e/o altri non ci piangono addosso dal 1 gennaio al 31 dicembre di ogni anno per i torti subiti.

Antonino Amato

 

20/3/2008

FRAU MERKEL "PARLA IN TEDESCO" MA "ARGOMENTA IN GIUDAICO"

Mi è capitato di leggere che Frau Merkel, Cancelliera della Repubblica Federale Tedesca, è "figlia di un pastore luterano" e "figlia di mamma ebrea". Leggendo una simile notizia, ho fatto spallucce: "E che vuol dire? Si vuole forse enunciare una sorte di determinismo tra la propria nascita e il proprio essere? Roba da razzismo più o meno biologico". Contrariamente a quello che dicevano i Nazisti, io non penso e non credo che le "virtù" si trasmettano da padre in figlio. E, contrariamente a quello che sostengono gli Ebrei, io non penso e non credo che le "colpe" dei padri si trasmettano ai figli e ai nipoti.

Oggi temo che dovrò fare chiarezza nel mio modo di pensare e concepire il mondo e le vicende umane. Leggo, difatti, che Frau Merkel è andata a Gerusalemme ed ha tenuto alla Knesset uno strano discorso. Lo ha tenuto inframmezzando la lingua tedesca e la lingua ebraica. E, poiché lo "argomentare" di Frau Merkel distrugge molte delle mie certezze (1), cercherò di analizzarlo.

Nella prima parte del suo discorso Frau Merkel accetta la "vulgata holocaustica" nella sua interezza: 6 milioni di morti e tutti morti perché gassati. E’ la versione ufficiale, autentica "propaganda di guerra". La verità è molto diversa. Perché, se è vero che gli Ebrei subirono molti lutti e crudeli sofferenze, quel numero è certamente esagerato. E, in ogni caso, molte delle morti non sono da attribuire a "volontà omicida", ma alle crudeli condizioni tipiche di un campo di concentramento. Sia come sia, su questa prima parte del discorso di Frau Merkel io non metterei bocca. Limitandomi ad osservare che ciascuno è "libero" di credere a qualsiasi "leggenda". Tanto per dire: io credo fermamente che Romolo e Remo sono figlio di Marte e sono stati allevati dalla "Lupa romana"; gli Ebrei, invece, credono che Dio sia sceso sulla terra a "stringere alleanza con Abramo" ai danni dei popoli della Terra. Dio, dunque, che noi chiamiamo il "Buon Dio", avrebbe creato i tutti i popoli; ma avrebbe dato tutti i popoli in mano al popolo ebraico. Sono leggende. Ed è giusto che ciascuno coltivi le sue, sorridendo più o meno beffardo alle leggende altrui.

Quello che, invece, non mi convince è la conclusione che Frau Merkel trae da certi suoi convincimenti fideistici. Totale solidarietà allo "Stato di Israele" ed impegno a sostenerlo nelle sue richieste di impedire che l’Iran si doti dell’energia atomica. Perché ci si può chiedere se Frau Merkel, parlando in lingua tedesca, enunci un "fatto vero e reale" (il genocidio) e la responsabilità dei Tedeschi in quel fatto orribile oppure si faccia sciocca ripetitrice di una impostura propagandistica. Ma le conclusioni dovrebbero essere univoche: se i Tedeschi hanno realmente commesso quei delitti, siano i Tedeschi a pagarne le conseguenze.

Perché quale che sia la verità storica, è fuori discussione che i "fatti" si sono sviluppati in Europa e sono stati commessi dai Tedeschi. Pertanto non si vede e non si capisce perché dovrebbero essere i Palestinesi a pagare per le colpe dei Tedeschi. E perché, sempre per colpa dei Tedeschi, l’Iran dovrebbero subire delle limitazioni che non vengono applicate agli USA, alla Russia, alla Cina, all’India e al Pakistan.

A me pare che Frau Merkel, dichiarando vero e reale il "genocidio" commesso in Germania dai Tedeschi, voglia spalleggiare eventuali altri genocidi da consumare in Palestina e nel Vicino Oriente. E, allora, concludo: "Frau Merkel, ha parlato in lingua tedesca alla Knesset ma ha sposato le motivazioni e le argomentazioni della Stato di Israele". Motivazioni ed argomentazioni che non hanno alcuna consistenza logica. Che poi lo abbia fatto perché "tedesca", perché "figlia di pastore luterano" o perché "figlia di madre ebrea" lo lascio alla sua coscienza. Ammesso che ne abbia una.

Antonino Amato

16/3/2008

"FANNO I FROSCI CON IL CULO DEGLI ALTRI"

Prego, non arricciate il naso. L’espressione di cui al titolo non l’ho inventata io, ma La Rochefoucauld, letterato francese del 1.600 DC. Espressione che si attaglia al teatrino che si sta recitando nella "colonia Italya". Con tanti squallidi teatranti che gareggiano a chi si dimostra più devoto e più servile verso gli "USA liberatori".

Fortunati noi Italiani "liberati dagli USA". Ci siamo liberati del "bieco tiranno" che ci mandava a riconquistare la Libia e a conquistare l’Abissinia. Il tutto all’insegna di un sogno di megalomania che gli faceva sognare "un posto al sole per gli Italiani" e la "rinascita dell’Impero sui colli fatali di Roma". Insomma delle guerre schifosamente nazionaliste e colonialiste. E meno male, che liberatici dal "male assoluto", ci siamo dati una Costituzione che, all’articolo 11, recita: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…". Peccato che poi aggiunge: "consente in condizioni di parità con altri stati alle limitazioni di sovranità necessarie….".

Io non so dire se i "Padri Costituenti" erano degli "ingenui" che credevano davvero che, liberatici dal nazifascismo, sarebbero finite le guerre, e le occupazioni militari, e le prigioni militari oppure degli "impostori" che abbellivano con "belle parole" il fatto bruto che, una volta "liberati", ci toccava portare sul groppone il basto del "liberatore". E’ certo però che i nostri politici sanno che, in Italia, l’ambasciatore degli USA gode di uno status particolare. Status che trasmette anche all’ambasciatore di Israele, pupilla degli USA. E che i due ambasciatori leggono, e leggono con la dovuta attenzione, i giornali italiani. E, pertanto, i nostri politici, se dichiarano e quando dichiarano, tengono relativamente conto di come la pensano gli Italiani, ma tengono in debito conto come la vedono gli ambasciatori degli USA e di Israele.

Succede, dunque, che Massimo D’Alema, ministro degli Esteri del Governo Prodi rilascia delle "banali dichiarazioni", auspicando il "colloquio" tra Israele ed Hamas e….. succede il finimondo. Scrivo e ribadisco: si tratta di "banali dichiarazioni", perché, a guardare con una certa attenzione alla realtà delle cose, ci sarebbe da concludere: 1. Israele è uno "stato colonialista" nato su terre storicamente abitate da altri; 2. Israele è uno "stato razzista", avendo cacciato dai paesi natali 800.000 Palestinesi ed impedendone, con la forza delle armi, il rientro. Che da questo nasca l’odio dei Palestinesi contro gli Israeliani e che, di tanto in tanto, ci scappi qualche attentato, è nell’ordine delle cose.

E che altro può fare un politico intelligente ed avveduto? Se non, pur non esprimendo giudizi nel merito, auspicare il "colloquio tra le parti"? Osservo di passata che il Papa, quasi tutti i giorni, esprime simili concetti. Segno che, in diplomazia, il "cerchiobottismo" è segno di "virtù", più o meno esemplare. Solo che l’ambasciatore d’Israele interviene a bacchettare le "banali dichiarazioni" di D’Alema. Guardandosi bene dal bacchettare i continui inviti del Papa al "colloquio". E’ una posizione furbesca, ma in sintonia con il personaggio.

Fin qui ci sarebbe da rispondere con una alzata di spalle, se non fosse per il fatto che Fini (avete presente l’ometto con la kippah?), interviene a criticare D’Alema ed auspica che "l’Italia mandi più soldati in Afganistan, dove c’è da combattere, piuttosto che tenere i soldati in Libano dove stanno a bighellonare". Posizione questa che, in fatto di bellicismo, scavalca le posizioni dell’ambasciatore di Israele. Ma che tiene nel debito conto le richieste che ci pervengono dall’ambasciatore degli USA. Insomma, se Berlusconi vince le elezioni, Fini, con le sue dichiarazioni, si è guadagnato un "posto al sole".

***

Si dice e si scrive che "in Italia non si leggono i giornali". Mai affermazione si rivelò più falsa. In Italia leggono i giornali gli ambasciatori degli USA e di Israele. Che intervengono a chiarire a precisare se qualche politico accenna qualche "belato di indipendenza". Tanto per rammentarci che, nel 1945, "siamo stati liberati". Ma leggono i giornali anche quelli del Partito Democratico. Che non si sanno capacitare: "Possibile che D’Alema si permetta di suggerire il "colloquio tra le parti"? Non sa che Israele (armatissimo) ama colloquiare sparacchiando sui Palestinesi (quasi inermi)? E che, tanto per tenerli in agitazione, li tiene senza viveri, senza medicinali e senza corrente elettrica?". E si adombra che D’Alema, con quelle parole, abbia inteso mettere un bastone tra le ruote di Veltroni (1). Il quale Veltroni, invece, è "tutto per USA ed Israele". Politico avveduto, Veltroni/Cialtroni.

Anche nel Partito delle Libertà leggono i giornali. E Martino constata che, con quella proposta di mandare più soldati in Afganistan, Fini è salito nella considerazione e nella benevolenza degli ambasciatori degli USA e di Israele. Guadagnandosi una buona collocazione nella maggioranza che va a vincere le elezioni. E, allora, alzando la posta, proclama: "SI, mandiamo altri soldati in Afganistan. Ma mandiamone anche in Iraq" (2). E meno male che anche Berlusconi legge i giornali. Legge i giornali e scuote la testa: "Vuoi vedere che questi 2 stronzi, volendo farsi lo sgambetto l’un l’altro, rischiano di farmi perdere le elezioni? Già: perché, prima di passare dagli ambasciatori degli USA e di Israele a prendere ordini, bisogna convincere gli Italiani a votarci". E, allora chiarisce: "Di queste cose parleremo, apportando le opportune variazione. E tenendo conto delle indicazioni dell’ONU". Insomma, in mezzo a tanti politici professionisti, tocca a Berlusconi chiarire, agli occhi del "popolo bue", che loro "prendono ordini dall’ONU". Mai e poi mai prendono pubblicamente ordini dagli ambasciatori degli USA e di Israele. Semmai in privato.

Insomma: è tutto un teatrino. Nel quale i nostri politici si sbracciano a chi è più "patriota". Ovviamente: non "avventure coloniali per conquistarci un posto al sole", un passato di cui vergognarci e da bollare come il "male assoluto". Ma attiva e devota partecipazione perché la multinazionale americana UNOCAL costruisca i suoi oleodotti in Afganistan e la HALLBURTON, altra multinazionale americana, faccia le sue speculazioni in Iraq. I nostri politici, dunque, giocano a chi è più "froscio". Solo che il "culo" lo mettiamo noi. Pagando per le 113 basi militari USA dislocate in territorio italiano, pagando per i 10.000 soldati italiani all’estero a supporto della politica bellicista degli USA. E, mentre noi Italiani paghiamo, i nostri soldati combattono e muoiono per gli interessi degli USA e di Israele. Chi più fortunato di noi? Ci hanno liberato. E ora ci inculano.

Antonino Amato

26/2/2008

OVERDOSE

Dopo il Kosovo il Kurdistan. Entrambi i separatismi hanno, oggi, qualcosa in comune: sono figli della droga e del risiko geo/politico, geo/economico e geo/energetico. Abbiamo dovuto attendere che Mosca si esasperasse perché finalmente una personalità politica dicesse in pubblico la verità sul Kosovo, quella che tutti gli addetti ai lavori sanno ma che nessuno riporta perché mettere l'opinione pubblica di fronte alla realtà nuda, è traumatizzante e destabilizzante quanto altro mai. Dmitri Rogozin, rappresentante permanente della Russia presso la Nato, ha però pronunciato la parola magica. Ha affermato quello che tutti gli esperti sanno e cioé che il Kosovo altro non è se non un'enclave della droga, gestita dalla mafia della droga, padrona di una buona porzione di quel narcotrafico che rappresenta la quarta voce, se non la terza, dell'economia occidentale. Un'economia che senza il narco/riciclaggio sarebbe andata in bancarotta da tempo. A sostenere i mafiosi kosovari e la loro illegale proclamazione d'indipendenza (leggi pulizia etnica) sono, ovviamente, la Cia, il Pentagono, Tel Aviv, i servizi israeliani e quelli pachistani. Un intreccio d'interessi (il narcotraffico, il progetto del gasdotto Nabucco che andrebbe dall'Afghanistan all'Austria, una politica di contenimento dell'Europa e la volontà di spaccare Mosca dall'ovest, sono i comuni denominatori dei protettori della gang di Pristina).

Una questione curda

Di questi giorni è la notizia dell'infervorare della guerra tra turchi e curdi. Questi ultimi, inquadrati nel Pkk, sono complici di Pristina e dei suoi protettori. Si consideri che il Pkk, contando anche le oltre seicentomila persone della diaspora curda in Occidente, è forse l'unica organizzazione al mondo ad essere coinvolta in tutte le tappe della macchina della droga: dalla raffineria, al traffico, allo spaccio, al riciclaggio. A sostenere il Pkk e ad utilizzarlo come leva per gli allargamenti d'influenza nella rotta verso Kabul è soprattutto Israele. Il rilancio del Pkk e della causa curda sta creando, però, sconcerto presso alleati storici di Tel Aviv, come Ankara, suoi vassalli, come l'attuale Baghdad e suoi astuti rivali/cogestori come Teheran

Le crisi internazionali

Quanto accade oggi nell'arteria del narcotraffico (e della geo/energia) va quindi letto nella chiave dei sommovimenti internazionali, dovuti tanto alle crisi energetiche ed economiche quanto, soprattutto, allo sbilanciamento dei rapporti tra le potenze. Possiamo sostenere allora che esistono elementi di crisi che possono lasciar sperare in una guerra che, malgrado tutto il tributo di sangue che comporterebbe, possa fare un minimo di pulizia in un sistema internazionale costituito sul Crimine Organizzato? Al momento non sembra realistico. I conflitti saranno, come al solito, cruenti ma resteranno intestini e saranno riassorbiti dalle cupole che speculano su ogni cosa. Quel che però è certo è che qualche scricchiolio qua e là si manifesta. Ma sbaglierebbe chi sperasse che questi cedimenti possano dar vita ad uno schieramento internazionale capace di dare fierezza e indipendenza ai popoli o anche solo ad alcuni di essi. Le condizioni non sono ancora mature e, soprattutto, i fronti possibili non sono assolutamente chiari. Tutto è talmente aggrovigliato in questa fase d'internazionalizzazione delle merci, la stessa geo/politica è così ridimensionata dall'avvento dell'era aerospaziale e di quello che Geminello Alvi definisce il “nomos dell'aria”, che si può solo guardare con simpatia agli sbandamenti del sistema mafioso.

Noi Europa

Fintanto che non si costituirà una sovranità europea, e fintanto che l'Europa non smetterà di essere figlia delle banche per dive